Quando l’Italia uscì dall’Europa – Seconda parte

Carissimi lettori pubblichiamo in due puntate il breve trattato dal titolo “Quando l’Italia uscì dall’Europa. Breve pamphlet con tre note e due digressioni” di Ettore Malpezzi, scritto nel 2011 ma ancora attuale.

La Seconda Repubblica – prima parte

Gli anni che seguirono furono grigi, e portarono a quella situazione di conflitto istituzionale che bloccò la ripresa civile ed economica del paese e che culminò appunto nel distacco dell’Italia dal mondo occidentale.

Erano passati pochi mesi dalle elezioni quando la procura di Milano emise un avviso di garanzia per reati di concorso in corruzione verso Berlusconi, mentre presiedeva a Napoli un importante vertice ONU sulla criminalità organizzata. Sotto i riflettori mondiali ci fu allora il primo attacco delle forze rivoluzionarie verso la nuova maggioranza, e in particolare al suo inventore e leader indiscusso.

La tecnica di utilizzare eventi e tribune internazionali come palcoscenico per scontri di politica interna fu da allora sempre più spesso adottata dall’opposizione progressista, incurante del discredito che veniva sistematicamente gettato sul proprio paese.

Pochi mesi dopo, manovre di palazzo sostenute dal Presidente della Repubblica, portarono al ribaltamento del risultato elettorale e la maggioranza governativa fu assunta da chi aveva perduto le elezioni.

Alle elezioni successive le composite forze della sinistra vinsero le elezioni e governarono fino al 2001, cambiando tre volte il capo del governo.

In quegli anni l’Italia raggiunse due importanti obiettivi: riuscì ad entrare nell’Euro e a rallentare l’aumento del debito pubblico (un debito che costituiva la maggiore scelleratezza lasciata in eredità dalla prima repubblica), ma non fece le necessarie e coerenti riforme interne per rendere il sistema compatibile con i vincoli economici imposti dalla moneta europea. I due risultati furono raggiunti principalmente al prezzo di un notevole innalzamento della pressione fiscale, che unito alla mancanza delle riforme portò il paese sulla strada di un declino da cui non si riebbe.

La Seconda Repubblica – seconda parte

Le elezioni successive furono vinte nuovamente da Berlusconi che prometteva di attuare finalmente le famose riforme di tipo liberale per far ripartire lo sviluppo.

Immediatamente si riaccese lo spirito di mani pulite: ripartirono le inchieste delle procure e l’opposizione fatta dai partiti di sinistra si focalizzò nuovamente non verso la politica, ma verso la persona.

Del resto un’opposizione soggetta alla guida ideologica della magistratura non aveva altra possibilità che quella di operare al livello dei comportamenti personali anziché a quello dei progetti politici.

La maggioranza si trovò così a fronteggiare un tipo di opposizione personale, e si concentrò (fu costretta a concentrarsi) su di essa anziché impegnarsi nelle indispensabili riforme che aveva promesso. In particolare il capo del governo, per larga parte della legislatura, rimase impegnato a combattere per se stesso contro attacchi personali anziché impegnarsi a ben governare.

E’ impossibile oggi dire se, in assenza di quegli attacchi, il governo sarebbe riuscito a fare le famose riforme e a riportare l’Italia sulla via della ripresa economica e civile; il fatto è che dopo cinque anni la situazione era più o meno quella di partenza: lo sviluppo non teneva il passo degli altri paesi europei, l’Italia arrancava faticosamente, perdeva terreno e veniva sempre più distanziata.

Inoltre la tecnica dell’insulto al governo utilizzata dall’opposizione in tutte le possibili sedi internazionali, dove l’Italia era dipinta come un paese sede di una terribile dittatura in cui ogni libertà di espressione era stata soppressa, rese ancor più debole la posizione internazionale del paese.

Per la verità pochissimi in Italia avevano il coraggio di dichiararsi pubblicamente a favore del premier, perché la cosa era assolutamente squalificante, mentre era quasi necessario dichiararsi disgustati dal governo e dal suo capo perché solo così una persona poteva essere considerata libera e onesta; ma tant’è: in Italia la libertà era oppressa da Berlusconi.

Lo scenario a cui si arrivò alle elezioni del 2006 era molto chiaro, da una parte il male assoluto e dall’altra i buoni che dovevano salvare la patria.

Manco a dirlo anche questa volta il risultato fu imprevisto e sorprendente perché i buoni sì vinsero, ma la vittoria fu meno che risicata: risultò che vinsero per 20.000 voti.

Nota: anche ad una prima analisi si nota che questa differenza è molto al disotto del margine di errore che si ha fisiologicamente in uno scrutinio, infatti riguarda meno dello 0,5 per mille delle schede (oltre 40 milioni) , mentre il margine di errore può essere ragionevolmente posta attorno al 2-3 per mille, cioè cinque o sei volte più grande.

Il governo progressista guidato da Prodi dopo essersi insediato trionfalmente restò in carica circa due anni nei quali restò paralizzato dalle divisioni fra i partiti che lo sostenevano, e infine cadde per il ritiro di un piccolo partito locale dell’Irpinia che gli fece perdere la maggioranza parlamentare.

Nota: questo partito ritirò la fiducia perché il suo leader, Mastella, fu messo sotto inchiesta dalla magistratura dopo aver manifestato l’intenzione di fare qualche riforma al sistema giudiziario.

Come la sinistra progressista temeva, le elezioni successive dimostrarono ancora una volta l’ottusità del popolo italiano che, invece di seguire le sue sagge indicazioni e votare per partiti onesti, democratici e con lo sguardo rivolto al bene del paese e al futuro, votarono per il solito Berlusconi nonostante avesse ampiamente dimostrato negli anni precedenti che l’unica cosa a cui mirava fossero i sui interessi personali.

L’élite culturale e politica, di sinistra e progressista, non riusciva proprio a capacitarsi di queste ottusità, che in verità aveva una storia molto lunga alle spalle. Già a partire dalla fine degli anni ’40 e poi per oltre quarant’anni la maggioranza del popolo si era rifiutata di seguire le sagge indicazioni di votare per il partito comunista e per i suoi partiti satelliti, come raccomandava (anzi pretendeva) la stessa élite culturale. Il popolo aveva continuato pervicacemente a dare la maggioranza alla Democrazia Cristiana.

Nota: è veramente notevole che un popolo che appariva tante volte un po’ cialtrone e dominato dai furbi avesse evitato per tanti anni di farsi sedurre dai consigli della classe progressista che dominava la cultura a tutti i livelli (istruzione, libri, giornali, spettacolo, magistratura) e fosse riuscito, anche turandosi il naso, a mantenere l’Italia in qualche modo aggrappata all’occidente rifiutandosi di cedere al comunismo.

Però a quelle elezioni del 2008 non fu solo l’ottusità del popolo a far vincere Berlusconi fu anche il denaro, infatti, i soliti progressisti capirono subito che quelli che avevano votato per lui, nella stragrande maggioranza, furono personalmente ricompensati perché, in virtù della smisurata ricchezza accumulata durante il precedente governo, Berlusconi poteva ora permettersi di pagare voto per voto. Quindi quella volta chi non aveva votato per i progressisti era non solo ottuso ma anche corrotto e venduto.

Ancora una volta, con una prontezza veramente notevole, la magistratura scattò con provvedimenti giudiziari per rianimare la variegata compagine progressista e per difendere le libertà costituzionali minacciate nuovamente dagli esiti elettorali: per quanto possa apparire strano tuttavia era chiaro che l’esito delle elezioni era incostituzionale!

Quella volta, oltre ai soliti crimini economici, vennero portati alla luce anche i comportamenti della vita privata del capo del governo: dissoluti e da basso impero; circondato da una corte di mezzani e prostitute. Questo stato di cose fu smascherato grazie ad una mole impressionante di intercettazioni telefoniche che vennero giustamente pubblicate su tutti giornali.

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Prima breve digressione

Se lo spirito e l’etica rivoluzionario di mani pulite ricordavano altre rivoluzioni fatte per raddrizzare i costumi e contro la corruzione del potere, ad esempio quella di Khomeini in Iran, tuttavia i metodi adottati per portare avanti questa rivoluzione ricordarono molto da vicino un altro caso che viene descritto con grande precisione in un romanzo del 1984, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, dello scrittore cecoslovacco Milan Kundera.

Qui sotto si riporta una pagina in cui Kundera descrive i metodi con cui il regime comunista “normalizzò” la Cecoslovacchia dopo l’occupazione militare del 1968.

Parte quarta – cap. 2 – pag. 138

Praga , anni ‘70

Alla radio trasmettevano un programma sull’emigrazione ceca. Si trattava di un montaggio di conversazioni private registrate clandestinamente da qualche spia ceca infiltratasi tra gli emigranti e ritornata poi a Praga con tutti gli onori. Erano chiacchiere di nessun conto dove, di tanto in tanto, comparivano parole dure sul regime di occupazione, ma anche frasi su cui insisteva la trasmissione: dovevano dimostrare che costoro parlavano male non solamente dell’Unione Sovietica (cosa che in Boemia non indignava nessuno), ma che si insultavano a vicenda con abbondante uso di parolacce. E’ strano come tutti dicano parolacce dalla mattina alla sera, ma quando sentono alla radio una persona conosciuta, una persona che rispettano, dire ad ogni frase “cazzo” ci rimangano un po’ male.

<< E’ incominciata così, con Prochàzka>> disse Tomàš continuando ad ascoltare.

Jan Prochàzka era un romanziere ceco, un quarantenne con la vitalità di un toro, che già prima del 1968 si era messo a criticare a voce alta la situazione politica. Fu uno degli uomini più amati della primavera di Praga, quella vertiginosa liberalizzazione del comunismo che si concluse con l’invasione russa. Poco dopo l’invasione tutta la stampa prese a dargli addosso, ma più l’attaccava più la gente l’amava.

La radio allora (si era nel 1970) cominciò a trasmettere a puntate, delle conversazioni private che due anni prima (quindi nella primavera del 1968) Prochàzka aveva avuto con un professore universitario. A quel tempo nessuno dei due immaginava che nell’appartamento del professore ci fosse nascosto un microfono e che ogni loro passo fosse seguito da un pezzo! Prochàzka divertiva sempre i suoi amici con iperboli ed enormità. Adesso quelle enormità venivano trasmesse a puntate alla radio. La polizia segreta, che aveva realizzato il programma, aveva sottolineato con cura i punti in cui lo scrittore prendeva in giro i suoi amici, ad esempio Dubcek.

La gente non perde un’occasione per sparlare dei propri amici, ma il loro beneamato Prochàzka li scandalizzò più che non l’odiata polizia segreta.

Tomàš spense la radio e disse : << Tutti i paesi hanno una polizia segreta. Ma una polizia segreta che manda in onda alla radio le proprie registrazioni esiste solo da noi! E’ inaudito!>> “

Certamente Tomàš non avrebbe potuto nemmeno immaginare che ci sarebbe stato un paese occidentale nel quale il modo di operare dagli agenti della polizia segreta comunista per la “normalizzazione” di Praga, sarebbe stato adottato da dei magistrati, che avrebbero passato ai giornali (specialmente a quelli amici) le registrazioni di telefonate private.

Evidentemente secondo quei magistrati, e tutti coloro che ne accettavano i metodi, anche la “normalizzazione” di quel paese (a causa di un’anomalia dovuta ad un Primo Ministro politicamente avverso e anche “atipico”) doveva essere condotta coi metodi già efficacemente sperimentati nei paesi dell’Europa comunista.

Non occorre aggiungere che, ovviamente, anche in quel paese la gente (e in particolare l’intellighenzia) restò scandalizzata dalle rivelazioni lette sui giornali e non dai comportamenti dei “magistrati” che occupavano gli uffici giudiziari, che anzi continuarono ad essere portati ad esempio di virtù morali e di garanzia di libertà dalle élite progressiste di sinistra.

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I sacerdoti della rivoluzione etica, che si erano già sdegnati giustamente di fronte a triangolazioni economiche che coinvolgevano Monte Carlo, Bahamas, Liechtenstein, di fronte alla frequentazione di donnacce di dubbia reputazione non poterono che stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli come già duemila anni prima aveva giustamente fatto il grande sacerdote Caifa in un altro famoso processo.

L’intellighenzia progressista e i partiti di sinistra non restarono insensibili a questo grido di dolore dei loro capi spirituali e oltre a chiedere, come sempre, le dimissioni del premier, organizzarono anche opportune manifestazioni popolari di protesta contro le ragazze scostumate che allietavano le serate del premier, le cosiddette ragazze dell’Olgettina dal nome della residenza milanese in cui abitavano alcune di loro.

Seconda breve digressione

Questa importante protesta rammenta a chi non è più giovane una canzone di De Andrè degli anni ’60 nella quale il cantautore ironizzava sul comportamento falsamente morale delle donne di un paesino, Sant’Ilario, che ricorsero “all’ordine costituito”, cioè ai carabinieri, per liberarsi della scomoda presenza di “Bocca di Rosa” , una signorina che concupiva i loro mariti.

Ma, a differenza della canzone Bocca di Rosa, la protesta del 2011 non coinvolse solo alcune donnette di paese, infatti tutta la parte migliore della nazione, quella progressista ovviamente, scese in piazza per protestare contro l’immoralità e i comportamenti licenziosi delle ragazzacce dell’Olgettina: furono organizzati centinaia di cortei in tutta Italia e milioni di persone manifestarono la loro indignazione contro certi comportamenti sessuali veramente sconvenienti.

Infine anche i condomini onesti della residenza Olgettina si indignarono e le ragazzacce furono giustamente sfrattate.

A voler essere pignoli, esiste anche una seconda differenza fra la storia raccontata da De Andrè e i fatti realmente accaduti.

Nella canzone erano le donnette a ricorrere “all’ordine costituito”, per liberarsi di Bocca di Rosa, e l’ordine costituito (i carabinieri) intervenne con un certo disagio e di malavoglia. Nella realtà fu l’ordine costituito (i magistrati) a sobillare l’indignazione morale contro comportamenti così licenziosi e a porsi idealmente alla testa dei cortei: i progressisti, come si conviene, seguirono con ordine e disciplina.

Epilogo

Era trascorso mezzo secolo da quando De Andrè aveva scritto Bocca di Rosa, ed evidentemente era stato un periodo di grandi progressi civili perché, oltre al miglioramento della morale sessuale, ci fu anche un recupero del valore della costituzione, del senso dell’unità nazionale e perfino del Tricolore (che sostituì la falce e il martello nei distintivi al bavero di molti ex militanti, come sempre disciplinati).

Ci furono anche altre manifestazioni di grande impegno sotto la guida spirituale di quei magistrati che, veri sacerdoti della libertà e della democrazia, ispiravano ormai tutta la politica dei partiti progressisti, ovviamente incentrata su temi etici: del resto chi non condanna la corruzione, non predilige la sobrietà allo spreco e la verità alla menzogna?

Nessun politico inoltre era disposto a mettere in discussione la loro leadership, anche perché, a differenza degli scontri politici che si hanno fra i partiti nelle democrazie liberali, in questo caso chi si opponeva a tali linee guida e metteva in discussione il potere senza vincoli dei PM finiva giustamente indagato, e magari anche in galera, così come molto opportunamente avveniva nei paesi in cui avevano già trionfato altre rivoluzione etiche contro la corruzione (naturalmente non si deve necessariamente fare riferimento all’Iran di Khomeini e all’Afganistan dei talebani).

Proprio mentre in Italia infuriava la lotta politica attorno alle ragazze dell’Olgettina si udì in lontananza (ma non troppo) il sordo rimbombo dei cannoni che sull’altra sponda del Mediterraneo riconfiguravano assetti politici e predomini economici.

Del resto anche lo sviluppo economico già da molti anni era in declino. Il tentativo di riordino dei conti pubblici fatto tramite l’aumento della pressione fiscale e non la riduzione della spesa pubblica aveva fiaccato l’economia: i giovani erano le vere vittime di questo stato di declino nel quale le poche risorse rimaste erano utilizzate per garantire posizioni acquisite; molti fra quelli che avevano conseguito brillanti risultati negli studi emigravano all’estero abbandonando una società sempre più ingessata, immobile e sclerotica.

Non deve pertanto stupire troppo che un paese in queste condizioni, a valle degli sconvolgimenti politici che avvenivano ai suoi confini, sia poi diventato in breve quella stagnante terra di mezzo tra Europa e Africa in cui il buonismo e il politicamente corretto locali si mescolarono con la cultura islamica di masse di diseredati provenienti dal Nord Africa generando una specie di … maionese impazzita (da non scambiare per il melting-pot americano che era stato tutto un’altra storia).

Ettore Malpezzi – Vimercate , marzo 2011

(In occasione della grande manifestazione popolare per la “dignità delle donne”.)

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