La riforma costituzionale e la mancanza di senso istituzionale

Ora che le elezioni americane hanno dato i loro risultati, possiamo finalmente tornare a parlare di cose più vicine a noi, come l’incipiente referendum costituzionale. Non voglio, in questo articolo, entrare nel merito delle modifiche costituzionali proposte, ma analizzare alcune questioni sul come siano state proposte e su come vengano propagandati tanto il “sì” quanto il “no”.

Partiamo dalle questioni “procedurali”. Per modificare la costituzione non basta la semplice maggioranza, ma è necessario avere il consenso dei due terzi del parlamento. Se tale consenso non viene raggiunto, ma c’è comunque la maggioranza assoluta, allora si va al referendum confermativo. La norma dei due terzi fu introdotta per un motivo ben preciso: fare in modo che le modifiche costituzionali fossero il più possibile condivise e non frutto delle idee, o ideologie, di una sola parte politica, per quanto maggioritaria. E questo perché la costituzione è la base della vita politica del paese determinando quei principi su cui ogni legge si deve basare. Per questo, trattandosi delle “regole del gioco”, i contenuti della costituzione non possono essere modificate da una sola parte.

Inoltre è il parlamento a dover proporre e portare avanti le modifiche costituzionali, essendo il parlamento a detenere il potere legislativo. Cosa questa che rende una porcata il modo in cui questa riforma è stata portata avanti. Renzi, infatti, è presidente del consiglio e come tale è a capo del governo. E il governo dovrebbe “eseguire” le leggi, ovvero porre in atto una serie di provvedimenti per rendere esecutive le leggi fatte dal parlamento. Non compete al governo fare le leggi. Al massimo può promulgare dei decreti legge, che dovrebbero porre rimedio a eventuali lacune della legge (in attesa che il parlamento rimedi alla cosa) o introdurre delle norme attuative per rendere le leggi operative. Una cosa ben lontana dal metter mano alla costituzione!

Ma come siamo arrivati a questo? Tutto parte dalla fine della “prima repubblica”. Con l’avvento di Berlusconi al governo si introduce l’uso delle “coalizioni”, in nome di un bipolarismo all’italiana, raffazzonato e malfatto, come gran parte delle politiche nostrane, che rende il presidente del consiglio capo, di fatto, anche della maggioranza del parlamento. Non a caso da anni i media definiscono il capo del governo “premier”, termine che si traduce, in italiano, con “primo ministro”. Ma noi non abbiamo un “primo ministro”, ma un “presidente del consiglio”. E la differenza non sta solo nelle parole. Un premier ha un potere molto maggiore. È lui che determina le politiche del governo dettando la linea e i ministri sono solo dei collaboratori e devono sottostare ai suoi dettami. È il caso degli USA o del Regno Unito. Il presidente del consiglio è invece solo il coordinatore dei ministri e non può imporre la sua linea agli stessi. Una cosa che negli ultimi due decenni è stata dimenticata creando il paradosso di una repubblica parlamentare il cui presidente del consiglio si comporta come se fosse una repubblica presidenziale. Il che ci espone ai lati negativi del presidenzialismo (l’eccessivo potere del presidente e della sua fazione) senza però introdurre i contrappesi che nelle repubbliche presidenziali garantiscono la democrazia e limitano il potere del singolo. Una situazione assurda e ridicola che porta ogni governo a cambiare e distruggere con nuove inutili riforme ciò che il governo precedente ha fatto. Viviamo preda di un continuo cambiamento, di un continuo riformismo che non porta mai a nulla se non a nuove riforme. Il tutto per garantire gli interessi politici e la visibilità del presidente di turno. E quando al governo hai un bulletto come Renzi, la cosa diventa particolarmente squallida. L’idea che un presidente del consiglio, che non fa nemmeno parte del parlamento, si permetta di scrivere e portare avanti una riforma costituzionale di questa portata farebbe rabbrividire i padri costituenti.

Anche nella campagna per il “sì” non possiamo che vedere tutto lo squallore di un governo che non ha contenuti politici, non ha progettualità, non ha idee a lungo termine. Il fatto che Renzi leghi la riforma al suo futuro politico (minacciando dimissioni in caso passi il “no”) dà la misura della questione. Renzi non esita a usare il ricatto per convincere gli “indecisi” a votare la sua riforma, in barba a ogni onestà intellettuale. Senza contare tutti i vari “se passerà il sì” dichiarati dai suoi sostenitori. Si sostiene che se la modifica passasse il paese diverrebbe più ricco, più moderno e altre fanfaluche. Ma questo non dipende dalla riforma in sé, ma da cosa farà chi è al potere. Esattamente come adesso, ma con l’aggravante di un potere più “efficiente”, anche nel far danni. Di conseguenza il paese potrebbe diventare più povero e più proibizionista, se le politiche del governo andassero in questa direzione.

Una propaganda falsa è già grave se fatta per le elezioni o per avere consenso popolare a una legge, ma lo è ancor di più se fatta su un tema determinante come la costituzione.

Sul fronte del “no”, comunque, troviamo altrettanta confusione e altrettanta superficialità. Anche qui troviamo un sacco di “se passa il no” per i quali vale lo stesso identico discorso fatto per i “se passa il sì”. Inoltre c’è tutta una retorica a-critica sul “la costituzione non si tocca” che non vuole sentire ragioni e che vuole evitare ogni cambiamento, ad ogni costo (ponendosi all’opposto di chi accoglie qualunque cambiamento perché “l’importante è cambiare”). La costituzione stessa prevede gli strumenti per modificarla. Del resto nessuna norma può essere valida in eterno e per ogni situazione. Sostenere l’inviolabilità della costituzione, manco fosse la Rivelazione divina, è assurdo tanto quanto dire che è meglio cambiare sempre e comunque. Il punto non è contrastare qualunque riforma, ma entrare nel merito di questa riforma e vedere se sia opportuna o meno.

Allo stesso modo è assurdo tirare in ballo i partigiani per propagandare il no. Renzi non sarà il più grande libertario e il più grande democratico del mondo, ma non è certo un fascista! Inoltre dire che i partigiani hanno dato la vita per la costituzione è, semplicemente, un falso storico. I partigiani si batterono per la libertà e per abbattere un regime totalitario, violento e criminale. Della costituzione non si parlava nemmeno durante la guerra partigiana. La necessità di una costituzione si impose quando, dopo la guerra, il popolo italiano decise per la repubblica. È quindi scorretto sostenere che la modifica costituzionale sia un “insulto” ai partigiani. Soprattutto considerando che tra i partigiani c’erano persone di diversa estrazione politica. C’erano i comunisti, che avrebbero voluto ben altra costituzione e ben altra forma di stato. E c’erano i liberali che, probabilmente, oggi sarebbero per il “sì”. Dire che i partigiani hanno combattuto per questa costituzione, in questa forma e con questi principi presupporrebbe un’unità di intenti e di idee che i partigiani non ebbero mai. Se invece sosteniamo che essi si siano battuti per una costituzione democratica, allora nulla impedisce di introdurre modifiche.

Sarebbe dunque ora, da entrambe le parti, di smetterla con la becera propaganda e di cominciare invece una sana discussione nel merito della proposta. Anche se, va detto, purtroppo non si potrà votare in modo corretto, quale che sia la nostra idea. Sia il “sì” che il “no”, infatti, saranno decisioni tranchants, che accetteranno o rigetteranno le modifiche costituzionali nella loro totalità. La riforma però è vasta, formata da diversi punti tra loro indipendenti. Gli articoli toccati dalla riforma stessa sono circa un terzo del totale. E sarebbe corretto, quindi, votare punto per punto. Si impedirebbe anche, così facendo, di far leva su un solo punto per far accettare anche il resto. Cosa che la campagna referendaria fa abbondantemente insistendo sulla diminuzione dei parlamentari che, tra tutte le modifiche, è la meno importante e la meno rilevante, ma che è certamente un ottimo specchietto per allodole. Un esempio, l’ennesimo, dell’”onestà” della nostra classe politica.

Concludo qui questo articolo, sperando di aver dato qualche spunto di riflessione. Nei prossimi articoli cercheremo di entrare nel merito della riforma.

Enrico Proserpio

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