di Gabriele Rizza

L’emergenza sanitaria da Covid-19 diventata adesso una crisi economica e sociale senza precedenti, ha ribadito una regola, purtroppo dimenticata da chi governa: nei momenti di difficoltà è sempre chi è più in difficoltà nella normalità il primo a cadere. Il debole è sempre il primo ad essere abbandonato, perché invisibile, non utile, non produttivo, specie se parte di un sistema messo sempre più in fondo nelle priorità di una società, come la scuola.  Nella fallimentare didattica a distanza i bambini e i ragazzi disabili, insieme alle loro famiglie, stanno pagando il prezzo più alto. E se il più debole è messo all’ultimo posto, la scuola non è più scuola, è darwinismo sociale. Pensiamo agli alunni con difficoltà psicomotorie, agli autistici, agli iperattivi, solo per fare degli esempi. Sono stati completamente abbandonati, non dagli insegnanti che, nella didattica individuale a distanza, hanno cercato di fare il possibile, ma da un metodo scolastico quasi esaltato dal MIUR, che vorrà continuare in parte da settembre. Questi bambini hanno bisogno di un percorso umano e didattico in ogni fase dell’apprendimento: dalla lettura alla scrittura, dalla manualità all’ascolto. Senza i pochi centimetri che separano il bambino dal proprio insegnante di sostegno, l’apprendimento e l’inclusione non sono possibili.

Difficoltà rese ancora più drammatiche e tangibili se si pensa alle dure condizioni di chi ogni giorno affianca questi bambini: gli insegnanti di sostegno, insufficienti nel numero e soprattutto precari. Cambiano scuola e città, e ogni volta è un nuovo inizio: bambino e insegnante devono conoscersi e capirsi, a discapito della stabilità emotiva e psicologica degli alunni. Come spiegato da Alessandra Gammino, Presidente dell’Associazione Nazionale Liberi Insegnanti, che da sempre si batte per i diritti degli insegnanti e degli alunni:

L’insegnante di sostegno attraverso la propria professionalità e gli anni esperienza maturati durante il precariato costituiscono un vero pilastro per il bambino e soprattutto per le famiglie dando loro il giusto supporto e costruendo una vera relazione empatica. Allora mi chiedo: perché il bambino che lavora con l’insegnante deve vedersi strappata la sua tanto amata insegnante solo perché è precaria? Chi gli spiega che non è dipeso dalla maestra ma da un sistema che non funziona? Tutto ciò è inammissibile e disumano, togliere a quel bimbo stabilità emotiva e continuità educativo- didattica, a volte nello stesso anno scolastico. Oggi, più che mai, i genitori si sono resi conto di quanto l’insegnante di sostegno sia importante per la crescita psicofisica del proprio figlio”.

Quando qualcosa finisce in mille pezzi si ha la possibilità di ricostruire. La scuola italiana è già nel baratro. Ripartire dalla stabilità degli insegnanti è il primo passo per ridare dignità all’istituzione più importante di un Paese, perché nelle aule c’è il futuro. Stabilizzare il lavoratore precario è costruire un domani inclusivo per i nostri bambini.