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martedì, 16 Luglio, 2024

Karma e reincarnazione (2)

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Di Stefano Sannino

A partire dall’VIII sec. a.C. la funzione del rituale vedico viene ampliata, in merito all’idea di karma e resurrezione, sopratutto attraverso domande circa la correlazione tra rituale ed il tipo e la durata della vita post-mortem.

In quest’ottica il rituale così descritto dai Veda non è sufficiente per garantire l’immortalità: subentra dunque l’idea di punarmrtyu (ri-morte), una sorta di decesso ultraterreno che non porta però all’annichilamento dell’essere, quanto ad un ritorno nell’aldiquà. 

In particolare andrebbe notato come, nel passaggio dai Brāhmana alle Upanisad, il problema principale sia delineare come le azioni non rituali influenzino l’esistenza dopo la morte. 

In sintesi, se in un primo momento il focus era tutto rivolto al rituale vedico al “merito rituale” con esso accumulato, è solo in un secondo momento che comincia a fare capolino l’idea che anche le azioni profane, quotidiane, possano in qualche modo “pesare” nella propria esistenza post-mortem.

A tal riguardo, sono principalmente due le fonti che andrebbero tenute in considerazione: da un lato la Brhadāranyaka-Upanisad e la Chāndyoga-Upanisad. 

Entrambe contengo un testo fondamentale che descrive due teorie particolarmente rilevanti per comprendere come l’idea di Karma si sia sviluppata nel subcontinente indiano. La prima, nota come teoria della via dei padri e della via degli dèi sostiene che gli uomini siano ripartiti tra coloro che appartengono alla prima via e coloro che invece appartengono alla seconda. I primi, che per merito raggiungono la sfera della Luna, godono della ricompensa acquisita sulla Terra per mezzo delle loro azioni. I secondi, invece, raggiungono il mondo del Brahman e vengono definitivamente liberati dal ciclo delle re-incarnazioni (samsāra).

La seconda teoria, nota con il nome di teoria dei cinque fuochi, risponde invece alla domanda sul perché l’aldilà non si riempia mai, teorizzando l’esistenza di una punarmrtyu in cui gli esseri, per tornare all’aldiquà, devono compiere cinque trasformazioni: fede, soma, pioggia, alimento e seme.

Se però nella Brhadāranyaka-Upanisad non vi è una correlazione tra la condotta morale ed il rango dell’essere vivente in cui si viene re-incarnati, è proprio la Chāndyoga-Upanisad a porre in essere tale teoria, cambiando per sempre l’idea di Karma e di samsāra.

Il teso che teorizza tale correlazione, va detto, è inserito però così bruscamente nell’Upanisad che numerosi esperti hanno teorizzato possa trattarsi di un’interpolazione all’originale. 

Altro elemento da tenere in considerazione è il fatto che la parola samsāra non compaia affatto nei testi originali almeno fino alla Katha-Upanisad, assumendo fin da subito una connotazione negativa, collegata in particolare al termine śoka (preoccupazione). 

È poi solo intorno al 5000 a.C. che l’idea di Karma permea le principali correnti religiose indiane, acquisendo sempre più popolarità ed arrivando ad essere, ancora oggi, una delle idee religiose maggiormente diffuse al mondo.

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