Se mi fermo ad osservare scorci del mondo sportivo, mi accorgo della presenza di elementi, a tratti, raggelanti perché tra vittorie, sacrifici, disciplina, illusione, paure irrazionali e non, sfugge, il più delle volte, la presenza autentica della persona dietro l’immagine “perfetta” dell’atleta.  Sembra quasi che l’obiettivo necessariamente da perseguire sia essere il migliore in assoluto. Sembra quasi che non ci si possa concedere di rivoltarsi al meccanismo, freddamente irrealistico, della gabbia dorata in cui, talvolta, ci si ritrova.  Ho, spesso, l’impressione che lo sport si sia trasformato in una corsa sfrenata e inarrivabile di medaglie da conquistare tra corpi e menti perfettamente alienate ed alienanti.  A sfuggire è la realtà, una realtà che, naturalmente e nella sua essenza più profonda, è fatta di sfumature e di bellezza, di deviazioni dalla norma e non solo di perfezione, di eventi piacevoli e spiacevoli.  È spaventante quanto le menti siano impregnante dall’idea di verità assolute a discapito della dialettica e della sintesi dei fatti della vita, fatti sportivi e non.  È un mondo divenuto tristemente ed eccessivamente performante, ove non sembra più esserci spazio per la sconfitta, evento snaturato e mortificato come un mostro dal sorriso beffardo, da eludere ed eliminare.  La narrazione dei fatti dello sport è vincente a tutti i costi e gli sconfitti si presentano con sguardo perso e vuoto come se il tutto si riducesse ad una visione semplicistica e dicotomica, a discapito della ricchezza di una complessità che gioca sempre di più a nascondino.  Le Olimpiadi di Tokyo, però, tra oro, bronzo e argento, si sono trasformate in un palcoscenico genuino e sorprendentemente vero.  Simone Biles ha mostrato il volto concreto dell’esistenza tutta, e dello sport in particolare. Ha rischiato di essere etichettata frettolosamente come “fragile”, ha accettato il rischio e con volto fiero, umano e sofferente ha mostrato la sua audacia e il suo coraggio.  È uscita dal cliché scialbo di “regina della ginnastica” e ha scelto di essere una persona con diritti inviolabili, concedendosi di non partecipare.  Ha superato e oltrepassato, in questo modo, le aspettative degli altri e il riduzionismo in cui si è costantemente immersi. È andata oltre ciò che vuole l’altro in generale e ha fatto spazio vitale a se stessa.  Dinanzi allo sguardo impietrito del mondo si è guardata dentro e si è ascoltata, ha ascoltato il suo bisogno. In una manciata di secondi, la notizia ha fatto scalpore, quasi scandalo, e la sua scelta è stata raccontata come una delicata debolezza di una donna che si arrende, dimenticando quasi che la determinazione e la prestanza non sono, sic et simpliciter, fattori mestamente associati a vittoria, podio e medaglia.  La Biles ha avuto il coraggio di andare oltre la spietatezza della pressione innaturale in cui è stata rinchiusa la bellezza dello sport, si è concessa di essere piuttosto che di fare.  In tal maniera, si è liberata da una realtà coartata, fatta di prestazioni eccellenti e di vittorie perfette, e, senza neppure immaginarlo, ha vinto davvero, ha vinto aprendosi alla vita, quella autentica, scrollandosi il peso del mondo sulle spalle. Simone Biles ha mostrato la sintesi dei fatti a tutti noi, insegnando al mondo intero e ai nostri ragazzi quanto la perfezione non esista e quanto l’essere se stessi sia il segreto di ogni cosa.  Ha evidenziato con la sua persona che la vita è degna di essere vissuta nella sua pienezza e nella veridicità delle situazioni e che l’essere umano, in quanto naturalmente imperfetto, è veramente realizzato e soddisfatto quando si mostra con grinta e forza, quella forza infinita che è in ognuno e che permette di affrontare tutto e tutti, a testa alta, intrepidamente. 

Grazie Simone, grazie per aver dato un volto nuovo ai giochi Olimpici e allo sport, grazie di aver mostrato la via regia per la vittoria e il coronamento.

Dott.ssa Rosetta Cappelluccio Psicologa Psicoterapeuta