La guerra delle mascherine

di Martina Biassoni

Italiani, popolo di criticoni ficcanaso che s’insultano a causa di quello che, normalmente, sarebbe considerato un trend superfluo, ma che adesso potrebbe essere visto come un modo per “superare” la paura da dispositivi di protezione, ma soprattutto sentirsi meglio riguardo se stessi: le mascherine riutilizzabili, in cotone o altri tessuti, che molti abbinano agli outfit indossati.

Non è una novità (cliché, forse; ma pur sempre reale, basta guardarsi intorno per le strade) la propensione degli italiani ad uscire di casa sempre impeccabili da testa a piedi, piuttosto che disabbinati e un po’ trasandati, ma il fatto che adesso si sveglino polemiche sterili sul fatto che qualcuno – per farsi andare meno di traverso il fatto di dover uscire con una copertura per le vie aeree da oggi fino ad un giorno indefinito d’un futuro più o meno lontano – scelga d’uscire con una mascherina in tessuto esteticamente più carina rispetto a quelle chirurgiche.  

Il fatto che qualcuno desideri indossare qualcosa di esteticamente bello, però, non fa male a nessuno, l’importante è che la mascherina sia regolamentare, funzioni come protezione dalla dispersione di eventuali germi e non faccia sentire il portatore a disagio. Non è necessario trovare del marcio, della negatività in tutto.

La voglia e la conseguente scelta di mascherine in tessuto può dipendere da diverse motivazioni: la voglia di aiutare, acquistandole, delle piccole aziende italiane che ne producono moltissime e di bellissime; la necessità di sentirsi sempre meglio indossando, innanzi tutto qualcosa che protegga dal virus, ma al contempo qualcosa che possa essere d’aiuto all’ambiente, perché le mascherine chirurgiche ed i guanti di lattice saranno grave motivo di aumento dell’inquinamento atmosferico e di plastiche difficilmente smaltibili, che si andranno ad accumulare a centinaia di migliaia nelle discariche per restare lì per decenni, come succede con i vestiti che non si indossano più e vengono buttati; ma anche per una necessità psicologica di chi la sta indossando: in questi mesi, abbiamo tutti potuto constatare quanto l’odore delle mascherine usa e getta sia poco gradevole, sicuramente, indossarne una che si lava a casa propria e che ha quindi il proprio profumo può essere sinonimo di una disposizione d’animo migliore nei confronti della mascherina, ma poi anche l’avere addosso qualcosa di carino, può portare un effetto positivo sul proprio umore, far sentire meno a disagio indossandola e agevolare la propria mente ad accettarla. E pensiamo anche ai poveri bambini che, vedendosi davanti una mascherina con un personaggio del proprio cartoon preferito, si sentiranno invogliati ad indossarle nella loro quotidianità, provando anche magari meno fastidio.

Alla fine, nessuno può esimersi dall’indossare i dispositivi di protezione, come nessuno può (e deve) sentirsi autorizzato a giudicare gli altri e le proprie scelte, di norma in tutte le situazioni della vita, ma soprattutto in un periodo tanto particolare, delicato e difficile. Difficile fisicamente, a causa delle distanze, mentalmente, a causa delle paure che questa nuova vita comporta, ma anche socialmente, in cui – con molta probabilità – in molti si sentiranno poco a proprio agio in luoghi molto affollati ed in condizioni che prima non comportavano nessun pensiero negativo o di “potenziale rischio”. Bè, in fin dei conti, è un po’ il principio di quello che nella vita si dovrebbe mantenere come comportamento standard: vivere la propria vita, se si è soddisfatti bene, se non si è soddisfatti applicarsi a cambiare e cercare di migliorare qualunque sia il lato demotivante e poco soddisfacente, perché sprecare i propri anni a guardare, criticare e giudicare le scelte degli altri?!    

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