Istruzioni per non diventare come la Francia

di Gabriele Rizza

I giorni passati hanno visto, questa volta, il Vecchio Continente alle prese con gli episodi di violenza armata. Per l’esattezza in Francia e nella sua provincia, nella città di Digione come epicentro. Gli scontri tra fazioni di immigrati, magrebini e ceceni, hanno messo in luce qualcosa che noi occidentali non crediamo più possibile nelle nostre città. Sconvolti solo dagli atroci attentati terroristici ad opera degli adepti dell’Isis, tra l’altro non infiltrati dalle regioni mediorientali ma cittadini europei, figli degli immigrati di prima generazione.

Tralasciando la cronaca dei fatti e le cause profonde dei tumulti, che vanno aldilà del pestaggio di un sedicenne ceceno, resta da chiedersi perché, la politica della gestione dell’immigrazione in Francia, abbia portato non solo due nazionalità immigrate da tempo sul suolo transalpino a scontrarsi, ma a farlo procurandosi come caramelle ogni genere di fucile e armamento.

 La prima evidenza è che due gruppi etnici non di nuova immigrazione (i ceceni sono arrivati in Francia principalmente intorno al 2000, i magrebini ancor prima) mantengano connotati tribali così forti, in una civiltà che della libertà individuale e del laicismo ne ha fatto la propria bandiera. La seconda è che tale tribalismo si manifesta anche in forme delinquenziali e violente.

La Francia non è nuova a questo genere di episodi. Come non dimenticarsi delle banlieue parigine. La Francia è stato tra i primi paesi ad accogliere in modo incondizionato cittadini delle sue ex colonie che affacciano sul Mediterraneo e sull’Atlantico, sulla base del vanto della grandeur francese e della Francia come terra d’asilo. Ma alle intenzioni ideali – a volte presuntuose come l’idea dell’universalismo francese, che altro non è se non un nazionalismo giacobino e non un concetto di universalismo cristiano o imperiale nel senso classico – non ha corrisposto un tessuto sociale pronto ad accogliere in massa gli immigrati.

La colpa non è certo da attribuire agli immigrati stessi, ma alle condizioni di smantellamento sociale e culturale che trovano nella loro nuova casa, che i governanti autoctoni fingono di non vedere: deindustrializzazione, alienazione nelle città, aumento del divario tra ricchi e poveri, mancanza di riferimenti ideali per i più giovani. Smantellamento che porta un immigrato ad essere sfruttato sul lavoro, pagato poco e a vivere ammassato in ghetti insieme ai propri e ad altri connazionali. In queste condizioni, i loro figli non hanno le stesse possibilità dei giovani coetanei francesi; e nel caos sociale e culturale (perché la propria identità è replicata nella frustrazione della povertà, in terra straniera) questi giovani di seconda generazione si trovano nelle condizioni di abbracciare lo spaccio o di essere ammaliati da ideologie forti come quella del Califfato.  

L’Italia è ancora in tempo per fermare questo processo al proprio interno. Ma gli episodi dei braccianti di Rossano e delle periferie di Roma e Milano, sono un segnale che la strada intrapresa è quella che porta Parigi e a Digione. La soluzione non è bloccare tutto senza far entrare nessuno, ma capire che l’immigrazione di massa colpisce solo la povera gente. Gli immigrati e gli autoctoni in difficoltà. Costretti a condividere i mali della periferia moderna. Vittime di chi soffia sulla pericolosità dell’identità musulmana, come nel caso della destra liberista, e vittime della sinistra liberal che, in nome della borghesia politicamente corretta, soffia sul senso di colpa degli italiani che hanno perso le chiavi dei propri diritti sociali. Quella che un tempo era vicina agli operai e ora agli operatori delle ONG.

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