Intervista a Marcello De Angelis: “La paura è il più grande strumento di potere”

di Gabriele Rizza

Marcello De Angelis, giornalista e scrittore, ha vissuto sempre da vicino le diverse stagioni della politica italiana e i cambiamenti culturali e politici della destra. In una lunga chiacchierata ci ha raccontato la sua sul momento inedito che stanno vivendo gli italiani, tra libertà limitate e nuove forme di controllo dei cittadini, con uno sguardo al comportamento delle opposizioni. 

Tra task force, dpcm e attacchi alle opposizioni a reti unificate, solo per dirne alcune, stiamo assistendo a una forma di autoritarismo scientifico, morbido, liberal, per non dire “simpatico”.  Come è possibile che molti cittadini non se ne avvedano e non reagiscano?

«Chi governa da settantanni, da dopo la seconda guerra mondiale e la caduta del comunismo, ha instillato, tramite i libri di storia e la cinematografia, un’immagine di un governo autoritario legata al novecento, dove l’autoritarismo si manifesta tramite il controllo della polizia, i blocchi stradali, il controllo del telefono e la censura.  Questi strumenti sono ormai anacronistici, appartengono a un secolo fa, non sono più necessari, così come non è più necessario spiare la vita degli altri. Ormai attraverso i social si hanno a disposizione i dati di milioni di persone e quindi le informazioni sulle loro opinioni, frequentazioni e spostamenti. Prima per tracciare la vita del singolo erano necessari degli organi di controllo che erano visibili, l’autoritarismo degli stivali e delle uniformi non c’è più perché viviamo in un’epoca in cui il controllo può essere di tipo non sanguinoso, senza violenza diretta e con la collaborazione entusiasta dei cittadini. Gli strumenti per convincere e portare i cittadini ad accettare determinate forme di limitazione delle proprie libertà sono sempre gli stessi, come la paura, da sempre il grande strumento del potere. Se si ha la capacità di mettere i cittadini davanti una minaccia, anche invisibile, funziona».

In Italia questa forma di autoritarismo “invisibile” è esercitata dalle tradizioni più liberal e progressiste, o almeno hanno più campo libero. Come mai?

«La sinistra dopo gli anni novanta ha rinunciato a un dato ideologico, mantenendo però la struttura di potere che aveva creato il PCI, come ad esempio il controllo totale della cultura, della cinematografia e dell’editoria, interessi d’impresa, bancari e assicurativi, in una rete di solidarietà internazionale che prima guardava all’URSS e poi alla sinistra americana. I vecchi comunisti hanno cambiato abito, si sono adattati a delle nuove forme, non sono più i comunisti con la loro storia, ideologia e progetto, attualmente gestiscono solo il potere. Hanno il controllo dell’informazione, forza fondamentale perché la maggioranza dei cittadini conoscono del mondo quello che gli viene raccontato. Se si posseggono gli strumenti per comunicare si può condizionare l’accettazione di determinate misure da parte delle persone. Se una misura viene da destra è credibile che sia autoritaria, se viene da un’altra parte non è percepibile o può essere considerata necessaria per combattere un male maggiore. Ad esempio, il fascismo è servito in Italia per far digerire qualsiasi cosa».

Guardando invece le opposizioni, notiamo in questa fase una Giorgia Meloni in ascesa e Matteo Salvini in calo. Come se lo spiega?

«I sondaggi sono sempre da prendere con le pinze: sono come le quotazioni in borsa che però non hanno nessun rendimento immediato. Servono più ai mezzi d’informazione per dare una quotazione di mercato al personaggio politico.  C’è da dire che Giorgia Meloni è stata più coerente, anche a livello istituzionale, perché c’è stata una lunga fase di sostegno e di proposta senza andare a cercare la polemica a tutti i costi. Adesso il suo atteggiamento è cambiato perché l’offerta di collaborazione non è stata accettata. Il governo stesso si è asciugato in una figura singola, c’è solo Conte, che comunica ma non decide, lasciando tutto in mano alle task force. Giorgia Meloni era già salita prima che ci fosse questa crisi, Fdi era già dato ben oltre il 10%. Ha dimostrato capacità di comunicazione e senso di responsabilità anche in questa fase e, forse, più che crescere ulteriormente, ha consolidato la propria credibilità. Matteo Salvini prima dell’emergenza era arrivato al massimo, e quando sei al massimo puoi solo scendere. La scelta comunicativa che lo ha portato a grandi risultati poi lo ha saturato e logorato: intervenire su qualsiasi cosa e alleggerire i messaggi, impoverisce. In più, in questa fase di epidemia, Salvini è stato sostituito nell’analisi e nelle proposte tecniche e concrete da altre figure della Lega, come Luca Zaia».

Perché il personaggio Giuseppe Conte piace così tanto agli italiani?

«È misterioso. Periodicamente appaiono dei personaggi nella politica italiana che sembrano eccellere per la loro neutralità, sia politica che umana, che però danno l’impressione di essere fuori dal teatrino della politica. La sfiducia nei confronti della politica porta a riporre fiducia, nei momenti di grande dubbio e incertezza, in una persona composta dai toni equilibrati. Chi si affida a questi personaggi sono le persone che si fidano più delle Istituzioni che della politica, e una persona che ha il timone in mano e che non fa niente di sensazionale, nel bene o nel male, ha una rendita di fiducia che però è sempre a tempo. Nessun personaggio di questo tipo è mai durato politicamente a lungo».

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