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sabato, 28 Gennaio, 2023

Violenza psicologica: quando la vittima si sente colpevole

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Il 2022 è stato un anno particolarmente violento.
Reati vari, aggressioni e minacce hanno fatto da scenario al vecchio anno che da poco abbiamo salutato, ma, ciò che più emerge dalle statistiche, è la violenza psicologica.  

Molte persone, infatti, specialmente donne e bambini, sono state vittime di una realtà caratterizzata da un profondo disagio psicologico, vissuto attraverso atti, parole, minacce ed intimidazioni verbali, utilizzate come strumento di oppressione e costrizione, finalizzati a condurre, vittima verso la sua totale distruzione mentale.  

La violenza psicologica, a differenza di quella fisica, non lascia segni visibili, ma i traumi psicologici che ne derivano, con annessi stati di ansia e depressione, non sono assolutamente da sottovalutare anzi, il più delle volte sono più difficili da curare rispetto ai pugni e ai graffi presi. 

Il più delle volte inoltre, la vittima non riconosce fin da subito la violenza che sta subendo e molti, con una visione esterna ai fatti, descrivono la  necessità della vittima di rimanere accanto al proprio carceriere, senza sapere che in realtà, è soltanto il risultato del plagio alla quale la vittima è stata sottoposta, essa infatti,  sentendosi impotente e spesso inutile, non riesce a reagire. 

La violenza psicologica può essere perpetrata da tutti e in qualsiasi luogo. Si parla di mobbing o di bossing, quando viene esercitata dai superiori verso i subordinati in ambiti lavorativi. 

Si definisce, invece, come violenza domestica quella commessa da uno dei due componenti della coppia nei confronti del partner, che spesso sfocia sui minori.

Il primo che parlò di violenza psicologica fu Albert Birdman, nel 1957, identificando almeno 15 categorie di aggressioni verbali, dalla forma più lieve, che comprende il tono alto di voce e la mancata voglia di ascoltare l’altro, a quello più corposo che rappresenta un vero e proprio plagio, dove l’aggressore manca di totale empatia ed è convinto che ciò che sta facendo è per il bene della sua vittima.  

Peggio è che spesso, chi esercita violenza psicologica, necessità del totale controllo degli spazi, dei movimenti, delle frequentazioni, eccetera della vittima e il più delle volte cerca di manipolare perfino le emozioni di quest’ultima, tanto da da indurla a provare i sentimenti che lui stesso vuole che la vittima provi. 

Spesso tale manipolazione è talmente forte da far dubitare alla stessa persona interessata, anche della sua memoria e percezione che arriva a pensare di essere totalmente pazza. Questa manipolazione è chiamata gaslighting, ed è quella più denunciata soprattutto dalle donne che subiscono dal proprio partner la violenza psicologica. 
Tale violenza porta con sé segni che possono essere facilmente individuati, come stress cronico, umiliazione e degradazione, con la stessa violazione della privacy. 

Nel peggiore dei casi, il manipolatore conduce la sua vittima all’isolamento, poiché essa crea automaticamente, una sorta di dipendenza affettiva verso il suo carceriere il quale, attraverso l’utilizzo di minacce ed intimidazioni, conduce la vittima verso il consenso totale di ciò che le viene chiesto, spesso anche perché alla vittima vengono concesse ricompense occasionali che rinforzano la dipendenza affettiva creando la cosiddetta gabbia di skinner. 

La violenza psicologica non si riduce solo ad uno squilibrio mentale, ma crea problemi anche al sistema cardiovascolare e a quello immunitario. Tale relazione tra problemi psichici e malattia si chiama psiconeuroendocrinoimmonulogia. 

Per quanto possa essere giudicata legalmente, a livello giuridico, la violenza psicologica è ancora lontana dai canoni valutativi e penali utilizzati per gli altri crimini, seppur quella più diffusa e utilizzata come forma di aggressione della singola persona e/o di un gruppo di più elementi.  

Mobilitazioni, social, associazioni, si attivano sempre più per limitare tale “crimine” e per non far sentire le vittime di violenza psicologica, come persone sole ed emarginate. 

di Daniela Buonocore  

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