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di Antonello Tateo

No, non vi preoccupate! Come primo tema, non vi parlerò della necessità di ripartire e sentirsi sicure piacendosi dopo la lunga clausura del lockdown. Propagandistico e scontato, io credo, oltre al fatto che il mio obiettivo in questa rubrica sarà quello di andare più a fondo nel fenomeno socioculturale della chirurgia estetica, a volte sbirciando nel backstage con un po’ di impertinenza. Oggi, più semplicemente, la domanda che il mondo sembra porsi e alla quale sembra aver già dato una risposta è: perché fermare la nostra vita a causa del Covid? Questo è quello che sembra affermare il fenomeno della medicina e chirurgia estetica che non conosce crisi e nemmeno una pausa, pur di fronte alla pandemia.

In effetti, se escludiamo il primo momento di paura o quelli successivi in cui ci è stato impedito il movimento per l’emergenza, le sale operatorie e gli studi per i trattamenti di medicina estetica hanno continuato a lavorare con accurati protocolli di sicurezza anti contagio. Il distanziamento che ci spaventa per le strade, si è trasformato in maggiore riservatezza nelle sale d’attesa; la corsa nei ritagli di tempo del lavoro si è trasformata nella distrazione dallo smart working. La paura del virus non solo non ci ferma ma viene esorcizzata dal desiderio di normalità e di quanto di più umano e naturale ci possa essere nella ricerca futile di gioventù e bellezza. Tutto ciò per scoprire alla fine che vedere nello specchio un’immagine che ci piace ha una forza enorme, capace di darci sicurezza e ottimismo. Forse qualcuno dirà che tutto questo non è altro che una distorsione dei veri valori determinata da una società in degrado; forse, e in qualche caso è vero, come potremo approfondire nelle prossime puntate, io allo stesso tempo ho visto nell’ambulatorio e nelle sale operatorie piene, la forza di reazione del genere umano, che vuole vivere e a volte sfidare il rischio pur di vivere appieno. No, non preoccupiamoci, ora parla il medico: i protocolli, se rispettati, fanno sì che sia una cosa sicura.

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