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venerdì, 14 Giugno, 2024

Sull’estetica di Aby Warburg e la sacralità etrusca

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Introduzione

Venerdì 17 novembre si è tenuta la conferenza “Il Fegato etrusco e Aby Warburg tra Firenze e Piacenza” presso Palazzo Farnese.

In quest’occasione è stato possibile ascoltare due intellettuali di fama internazionale, nonché curatori dell’allestimento temporaneo “Camere con vista”. Aby Warburg, Firenze e il laboratorio delle immagini” alle Gallerie degli Uffizi, Marzia Faietti e Gerhard Wolf, accompagnati nell’esposizione da Raimondo Sassi, stimato collaboratore del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe (GDSU).

L’evento, organizzato nel plesso archeologico, si è posto l’obiettivo di unire gli interessi storici e artistici dei due musei, da un lato Palazzo Farnese e dall’altro le Gallerie degli Uffizi, evidenziando quel fil rouge che collega lo storico tedesco – ma «fiorentino d’anima» – Aby Warburg al “fegato etrusco”, in quanto, come sottolineato anche dagli stessi curatori, in troppo pochi sanno come egli rimase profondamente colpito da questo reperto, il più importante delle collezioni civiche piacentine.

Aby Warburg infatti fu un importante storico dell’arte, lavoro che lo portò a creare nel 1897 il celebre Kunsthistorisches Institut – l’istituto di storia dell’arte tedesco – a Firenze, nonché peculiare intellettuale impegnato nell’indagine semiotica dell’immagine e dei segni.

Warburg scrisse nel suo ultimo anno di vita «Firenze è il mio destino». Possiamo affermare che per via di tale vicinanza egli ne uscì vivamente trasformato, motivo per cui a più riprese nel corso degli anni soleva tornare sui propri studi condotti in materia, rendendo l’oggetto un vero e proprio perno simbolico.

Il fegato etrusco di Piacenza 

Il prezioso ritrovamento deve la sua riscoperta ad un contadino piacentino che nel 1877, durante lavori di aratura, lo trovò in prima persona nel proprio campo. Dobbiamo invece il primo interesse accademico nei suoi confronti al conte Caracciolo, che lo acquistò per poi successivamente cederlo all’attuale Museo in cui esso è custodito.

Tale manufatto bronzeo rappresenta una delle rare documentazioni prodotte dai diretti interessati, gli etruschi, gareggiando per importanza solo con la “tegola di Capua” e la mummia di Zagabria, due antichi calendari che conservano autentiche prescrizioni rituali.

L’oggetto si manifesta come una modesta struttura bronzea, la cui creazione è stata accertata mediante la fusione piena a cera persa, collocabile nell’Etruria settentrionale e databile a cavallo tra il secondo e la prima metà del primo secolo a.e.v., e cioè il tempo in cui l’Etruria si trovava ormai sotto il dominio romano, mentre nella pianura padana prosperavano le colonie, tra cui Placentia.

Rimane ancora aperta la spiegazione riguardante il ritrovamento su suolo piacentino: quando non era accertato il substrato etrusco in tale territorio, in un primo momento si pensò ad un oggetto di uso pratico per la divinazione, sperduto per mano di un aruspice probabilmente officiante presso alcuni castra romani.

Successivamente, grazie anche a ricostruzioni e ritrovamenti a noi più vicini, fu dichiarata autentica la presenza etrusca su suolo nord italico già nel VI secolo. Il fatto venne così spiegato attraverso l’ipotesi del loro stanziamento, così come lo era stato per altri popoli, come ad esempio i celti (o “galli”), almeno fino al periodo di espiazione dei romani, con la conseguente confluenza e integrazione tra società.

Quanto alla funzione, si è precedentemente parlato del modellino del fegato etrusco quale strumento divinatorio vero e proprio, tuttavia fu anche avanzata l’ipotesi che potesse trattarsi di uno strumento didattico per apprendere l’arte degli aruspici da parte degli aspiranti sacerdoti. Similarmente, è stato detto che potesse essere un modello dalla funzione di suppellettile per manifestare l’importanza dell’epatoscopia, oppure ancora che dovesse far parte di una scultura vera e propria. A tal proposito, è stato proprio lo stato di conservazione del ritrovamento ad aver suggerito il fine ornamentale, quale parte di un corredo funerario o un’offerta rituale.

Ciò che è certo è quanto possiamo osservare direttamente, anche come profani: il modellino bronzeo riproduce fedelmente un fegato ovino, riportando sul lato superiore ben 38 caselle – comprendenti iscrizioni in etrusco – e altri tre elementi, tra cui la cistifellea, il processus pyramidalis e quello papillaris emisferico. Il secondo lato distingue due sezioni mediante una nervatura chiamata ligamentum coronarium. Il perimetro comprende a sua volta 16 caselle, mentre la parte centrale ne presenta 22, cui corrisponde il nomen di una deità. 

Gli studiosi hanno dedotto che tale modellino potesse fungere da “mappa” per un apprendista aruspice, che, in base alla posizione degli organi o a loro eventuali deformità, avrebbe di conseguenza associato un particolare messaggio divino. Tale ipotesi viene sostenuta sulla base della corrispondenza tra le 16 caselle e le 16 sedi celesti degli dèi etruschi. Per questo motivo, non solo possiamo carpire informazioni utili ad approfondire l’epatoscopia, ma anche la cosmologia e la complessa realtà sacra del popolo etrusco. Infatti:

«Nel pantheon etrusco l’elevato numero di divinità presenti era funzionale a far sì che ogni particolare aspetto della vita aves­se il suo divino rappresentante e patrono» (Giovanni Feo, “La Religione degli Etruschi”).

Vi troviamo infatti sia entità amorfe, legate ad una visione animista della natura, sia vere e proprie divinità dalle fattezze antropomorfe, che ipotizziamo si siano costituite a partire dai contatti con il mondo greco e latino, nonostante le evidenti dissimilitudini. Si riscontrano inoltre influenze orientaleggianti per quanto riguarda la prassi rituale, osservando i due tratti ricurvi nella parte sinistra: ricordiamo infatti che anche i babilonesi praticavano l’arte epatoscopica e per questo distinguevano da un lato “la presenza” (manzazu) e “il sentiero” (padanu), fondamentali per comprendere le fattezze proprie degli organi su cui l’aruspice doveva lavorare.

Dalla ricostruzione di Giovanni Feo, «Nel fegato bronzeo rinvenuto nella campagna di Piacenza si trovano iscritti i nomi di 42 divinità. Esistono comunque ulteriori classificazioni. I cosiddetti “dii consentes” erano in numero di dodici, mentre gli dèi che detenevano il potere di scagliare fulmini erano nove. Da tali classificazioni, pervenute­ ci in forme solo parziali, traspare la rete di simbolismi numerali sottesa nella struttura religiosa. Non a caso l’apice della cultura etrusca coincise con l’età di Pitagora, genio mistico e scientifico tra i maggiori della sua epoca, almeno per la vasta influenza esercitata dal suo pensiero e dalla sua scienza dei numeri. I principali rappresentanti dell’ordine divino erano in numero di do­dici perché tale cifra rappresentava una totalità; il cerchio diviso in 12 parti corrispondeva alla totalità del cerchio delle costellazioni zodiacali, ma era anche l’insieme delle 12 regioni e tribù etrusche, così il pantheon era analogamente governato da 12 divinità “consentes”, ovvero “che ave­vano il potere supremo di acconsentire”, o no, in merito all’accadere degli eventi. Una simile divisione duodecimale fu adottata presso altre civiltà antiche: Greci, Romani, Celti, Israeliti. La cifra 9 relativa alle nove divinità fulguratrici contiene anch’essa un valore simbolico. Essendo in questione la natura ignea, celeste e maschile dei fulmini, è possibile che il nove, cifra dispari e “maschile” nella nume­rologia pitagorica, riflettesse i suddetti significati simbolici» (Giovanni Feo, “La Religione degli Etruschi”).

Gli etruschi e l’estetica del Sacro

Gli etruschi costituiscono ancora oggi  un grosso punto interrogativo enorme per i ricercatori sotto molti aspetti.

Definiti come «il popolo che era maggiormente dedito alle pratiche di culto» (Tito Livio, “Ab urbe condita”), la cui ritualità differiva dalle altre forme religiose riscontrabili del bacino mediterraneo, erano considerati i maggiori periti in ambito di comunicazione devozionale tra asse orizzontale e verticale, tra terra e cielo, tra uomini e deità.

Gli aruspici etruschi infatti costituivano un punto di riferimento anche per i romani, preoccupati specialmente di interpretare i prodigi antecedenti ad una spedizione militare ed i cui sacerdoti tentarono di assorbirne l’ars almeno parzialmente.

Un’importante incognita era anche costituita dai cosiddetti “prodigi” (monstra), e cioè quelle manifestazioni naturali umanamente inspiegabili, la cui interpretazione doveva essere necessariamente ricondotta ad un sistema simbolico e semiotico legato al sacro e alla sua volontà di comunicare con gli esseri umani.

Ci è dato sapere di queste cose attraverso le fonti, dirette e indirette, nonché ai ritrovamenti archeologici, di cui il fegato etrusco piacentino rappresenta l’emblema maggiore.

Secondo la tradizione, il corpus della dottrina religiosa fu rivelato al popolo etrusco da Tagete (nipote di Giove nel pantheon romano), un fanciullo con l’aspetto e la saggezza di un vecchio. Emerso dal solco tracciato da un contadino a Tarquinia, Tagete avrebbe trasmesso i fondamenti dell’aruspicina, l’insieme delle pratiche divinatorie tramandate per iscritto, mentre a Vegoia, ninfa e sacerdotessa, era attribuita un’opera sull’antica ars fulguratoria, quella relativa all’interpretazione dei fenomeni naturali, in particolare i fulmini.

I fulmini esprimevano la volontà degli dèi e gli haruspices fulguratores ne individuavano il colore, la provenienza, il punto di arrivo, l’oggetto colpito e la traiettoria di ritorno che, se coincidente con l’area di partenza, indicava presagi positivi. Gli àuguri, sacerdoti deputati all’interpretazione dei segni manifestati dalle divinità, osservavano i vari fenomeni dal templum in terris, uno spazio consacrato che era il riflesso del templum caeleste.

Una branca specifica dell’aruspicina, l’epatoscopia, prevedeva il sacrificio di un animale, di preferenza ovini o caprini, e l’esame successivo del suo fegato, sede per la scienza antica. L’ispezione avveniva secondo un rituale fisso: si cominciava dall’osservazione della conformazione dell’organo che, se poco sviluppato o avvolto in una membrana, preannunciava avvenimenti assai nefasti e si proseguiva con la valutazione di specifiche anomalie, lesioni o altre caratteristiche salienti per conoscere il nome della divinità che stava inviando un messaggio.

L’aruspice doveva osservare regole precise: indossava una tunica con una mantellina fermata sul petto da una fibula, simile alla veste dei pastori e rimasta invariata dai tempi più antichi: portava un copricapo conico allacciato sotto il mento e gli era vietato utilizzare nodi o legacci: doveva appoggiare il piede sinistro su un rialzo, impugnare nella sinistra l’organo e tastarlo con la mano destra.

Ulteriori attributi di queste figure sacerdotali addette alla divinazione (per le quali conosciamo il nome originale etrusco: netsvis) erano il bastone arcuato (lituo) e il coltello sacrificale.

Il pantheon era organizzato, come abbiamo visto, secondo gradienti: il cielo, l’acqua, terra e mondo ctonio, con una perfetta corrispondenza tra spazio materiale e spazio metafisico. Microcosmo e macrocosmo andavano quindi a costituire un unicum esperienziale, peculiare nel proprio genere.

Possiamo quindi dire che, così come per gli etruschi, anche per Warburg, profondamente appassionato della cultura degli antichi, ed influenzato da essa, risuona una polifonia semiotica che lo ha reso un eccezionale genio, oltre che erudito della classicità. Il legame che intercorre tra lo spazio sacro e profano, tra sangue e volta celeste, tra livello superiore e inferiore, tra materia e forma trovò in Warburg una perfetta sintonia.

Giulia Di Loreto
Filosofo

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