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mercoledì, 7 Dicembre, 2022

Per una dialettica dell’uomo contemporaneo: Volontà di Potenza e conflitto cellulare

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Nella dialettica comune, l’essere umano è stato per secoli identificato come un unicum biologico, psicologico e perfino spirituale, sulla scia di quel principium identitatis proposto in primo luogo dalla filosofia greca[1] e ripreso anche dalla logica moderna grazie alle speculazioni di Frege[2] e Russell. Quel celebre estin te kai hos ouk estin me einai (l’Essere è e non può non Essere) teorizzato da Parmenide e ripreso poi da Aristotele nella celebre formula logica A=A ha influenzato inequivocabilmente il nostro modo di guardare alle cose che ci circondano ed all’essere umano per oltre due millenni. Questo principio di identità, strettamente legato al principio di non contraddizione e a quello di causalità[3] è il motivo principale per cui ancora oggi, in barba alle scoperte biologiche del XIX secolo, immaginiamo la nostra identità come qualcosa di coeso, coerente e senza soluzione di continuità.

L’attitudine tutta filosofica di guardare al mondo come un insieme di oggetti perfettamente coerenti con se stessi (A=A) è stata oggetto delle teorie di uno dei filosofi più famosi degli ultimi centocinquanta anni, Friedrich Nietzsche.

Sebbene abitualmente siamo portati a pensare che la filosofia di Nietzsche mal si concilia con il pensiero scientifico[4], è ormai un dato di fatto che il pensiero scientifico, ed in particolare quello biologico del XIX secolo, ebbe una larghissima influenza sul pensiero del filosofo, tanto da sfociare nella teorizzazione di uno dei suoi concetti più famosi di tutti i tempi: La Volontà di Potenza.

Nietzsche ebbe la capacità di intuire che il principium identitatis, che fino ad allora aveva dominato il pensiero filosofico e scientifico, peccava in realtà di senso pratico. Il mondo e gli individui sono in verità ben più complessi della loro stessa identità. L’idea alla base del pensiero nietzscheano è dunque importata dalla biologia ed in particolare da tre autori fondanti: Darwin, Roux ed Haeckel.

Se però da un lato l’influenza di Darwin, con il suo celebre L’Origine della Specie, può essere facilmente intuita in merito all’opera nietzscheana di distruzione del pensiero teleologico e teologico ancora in vigore nell’800, dall’altro non possiamo certo ignorare la forte attrazione che il filosofo tedesco provò, a partire dagli anni ’60 del XIX secolo, verso le pubblicazioni di Roux e Haeckel[5].

La concezione di questi due autori, fortemente in contrasto con Darwin, era che gli individui fossero ben più complessi di quello che si riteneva. Nei fatti, sebbene Darwin fosse riuscito a spezzare il filo di Arianna che univa da secoli teologia e scienza, rompendo l’idea che l’essere umano fosse un atto di creazione divina ex nihilo, ciò che non era riuscito a compiere completamente era la distruzione del principium identitatis, guardando all’uomo sì come al prodotto di lotte ambientali ed esterne, ma mai come risultato di un conflitto interno a se medesimo di natura biologica. In poche parole, ciò che Darwin non riuscì a fare fu rompere con l’antichissima idea che ogni individuo fosse un unicum senza soluzione di continuità. Sebbene dunque la teoria dell’economia ambientale delle risorse riusciva a spiegare la nascita dell’uomo come specie, ciò che mancava era una teoria convincente che spiegasse l’estrema complessità dell’essere umano.

Non dobbiamo dunque stupirci se questa risposta Nietzsche la trovò altrove, leggendo in particolare i libri di Roux.

Ciò che il biologo tedesco aveva intuito è che l’essere umano non può prodursi solamente a partire da un conflitto economico-ambientale esterno a se medesimo. Guardando al mondo come ad una molteplicità di individualità, non possiamo -diceva Roux- guardare all’individuo come un unicum.

Anche l’essere umano, al pari del mondo che lo circonda, è formato da individualità più piccole, in conflitto tra loro: le cellule

Ognuna di queste parti, essendo diversa dalle altre, lotta per la sopravvivenza ed anzi, fagocita i suoi opponenti per risultare vincitrice. Alla luce di questa teoria, possiamo facilmente spiegarci l’idea di Nietzsche esplicata in innumerevoli aforismi, come lo pseudoaforisma[6] 481, che nella parte finale recita: «[…] Ogni istinto è una sorta di avidità di potenza, ognuno ha la sua prospettiva che vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri.»[7]

La gestazione della Volontà di Potenza come teoria filosofica è molto lenta e prolungata durante tutta la vita del filosofo. Già dai primi anni delle sue pubblicazioni è rintracciabile infatti una prima teoria della volontà di potenza che però, inevitabilmente, si è evoluta e modificata con i decenni. Purtroppo però, il sopraggiungere dalla follia, impedì a Nietzsche di compiere la sua ultima opera, lasciando per sempre la Volontà di Potenza sotto il potere delle interpretazioni di coloro che gli succedettero.

Con l’avvento del concetto di volontà di potenza, forte anche delle speculazioni biologiche sopra citate, si assistette dunque ad un vero e proprio cambio di paradigma, in cui non vi fu più posto per il principio di identità così come concepito dagli antichi greci, né per l’idea che l’essere umano fosse una creazione ex nihilo operata da un Dio.

La volontà di potenza introdusse nel XIX secolo l’idea che l’individuo non sia altro che un insieme di volontà, ciascuna delle quali desidera se stessa, lottando per il predominio sulle altre. Questa concezione di diversificazione di individualità cellulari o volitive fu ripresa da un altro biologo dell’epoca, Haeckel. Il conflitto, infatti, presuppone sempre una diversità. Senza divergenza di singoli elementi non vi può essere una lotta per il predominio. E senza una lotta per il predominio non vi può essere l’individuo[8] così come lo conosciamo.

La rottura con l’antico principio di identità e la formazione di questo homo novus in senso filosofico e biologico è, forse, una delle più grandi rivoluzioni del pensiero moderno. Grazie al matrimonio, a tratti improbabile, tra la filosofia di Nietzsche e la biologia dell’800, si è finalmente approdati ad una visione dell’umano più coerente con la realtà empirica a cui assistiamo ogni giorno.

Ognuno di noi non è un’individualità coerente ed unica, ma il prodotto di una molteplicità di singole individualità ciascuna in lotta con le altre per il predominio e per la sopravvivenza.

In questa visione non c’è spazio per la teleologia kantiana, né tantomeno per la teologia: solo la volontà di potenza esiste, solo il conflitto, eterno e sempre uguale a se stesso.

L’uomo ha così smesso di essere un universo a se stante ed ha cominciato a riscoprire la sua antica natura eraclitea di eterna guerra, eterno Polemos. E per questo, non possiamo che ringraziare uno dei più grandi pensatori che la modernità ci abbia donato.


[1] Per approfondire l’argomento cfr. M. Bonazzi, Storia della Filosofia Antica vol. I, Carocci Editore, Roma 2016, pp.119 sgg.

[2] A tal proposito si veda A. Kenny, Frege, Einaudi, Torino 2003, pp.14 sgg.

[3] cfr. A. Schopenhauer, Il mondo come Volontà ed Interpretazione, qualsiasi edizione nella teorizzazione del principium individuationis

[4] F. Moiso, Nietzsche e le scienze, Rosenberg&Sellier, Torino 2020

[5] Per approfondire cfr. B. Stiegler, Nietzsche e la Biologia, Negretto Editore, Mantova 2010

[6] La definizione di “pseudoaforisma” deriva da una mancata diretta paternità di Nietzsche dell’opera La Volontà di Potenza, prodotta postuma da Peter Gast e da Elisabeth Förster-Nietzsche. Gli storici e gli studiosi dibattono ancora sull’autenticità di alcuni di questi frammenti, ed in particolare sull’ordine in cui sono riportati nell’opera, sebbene si riconosca un’influenza teoretica del filosofo sugli stessi. In assenza di una verifica definitiva la definizione sopra riportata è da preferire a quella di “aforisma”.

[7] F. Nietzsche, La Volontà di Potenza,  Bompiani, Firenze 2018, p.272

[8] B. Stiegler, Nietzsche e la Biologia, Negretto Editore, Mantova 2010, pp.78 sgg.

di Stefano Sannino

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