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giovedì, 25 Aprile, 2024

Kazuko Miyamoto e l’estetica minimalista

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«Non infatti senza l’ente, in cui è la sua espressione, troverai il pensare»

Parmenide

Introduzione

Presso il museo MADRE di Napoli è stata allestita una mostra temporanea dedicata all’artista giapponese Kazuko Miyamoto, curata dalla direttrice Eva Fabbris.

Come ha sottolineato la stessa Presidente della Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee Angela Tecce, nonostante l’arte di Miyamoto si trovi all’attivo da circa cinquant’anni, nessun museo europeo le aveva mai dedicato prima d’ora un progetto espositivo esclusivo, dal carattere tanto artistico quanto biografico.

La mostra presso il museo MADRE è quindi unica nel suo genere, innovativa e fondamentale per venire in contatto con questa artista affermata, così come il suo personale contributo alla corrente minimalista.

Qui è possibile godere delle famose String Constructions, e cioè installazioni bidimensionali o tridimensionali caratteristiche dell’arte di Miyamoto, così come visionare alcune delle sue performance artistiche, sculture, fotografie e vari materiali d’archivio inediti. Un percorso immersivo tanto nella vita quanto nella sua evoluzione, sperimentazione e concettualizzazione artistica.

Tutte le opere visionabili in questo articolo sono attualmente esposte presso il Museo MADRE di Napoli.


[Senza titolo (1982), fotocopia della fotografia originale scattata da Humiko Hasegawa nello studio di Miyamoto di New York nel 1981. Concessa al MADRE dall’artista e da EXILE]

Note biografiche e background formativo

Kazuko Miyamoto nacque a Tokyo nel 1942, si laureò nel 1964 presso la Contemporary Art Research Studio della propria città natale e decise di trasferirsi negli Stati Uniti nel corso dello stesso anno, precisamente nella zona newyorkese, per approfondire gli studi presso l’Art Students League.

È proprio qui che nel 1968, anno in cui ebbe un approccio anche alla serigrafia, la sua vita venne positivamente segnata dalla conoscenza di Sol LeWitt, anch’egli minimalista e artista concettuale, con cui nascerà un’amicizia profonda, oltre quello che si rivelerà essere un fondamentale scambio di teorie e pratiche creative pluridecennale. A tal proposito, è importante ricordare che la sperimentazione di Miyamoto, per quel che concerne le installazioni “String Constructions”, prese forma precisamente nella dimora di LeWitt.

Le prime opere vere e proprie erano dei dipinti, tendenzialmente bicromatici, che andavano a minare le fondamenta del formalismo, inserendo nelle proprie composizioni delle piccole imperfezioni, pensate o casuali (si noti il forte nesso con l’action-art), rispetto al complesso geometrico. Questo tipo di sperimentazione creativa dell’artista prese vita tra il 1968 ed il 1972.

[Senza titolo (1972), opera costituita da vernice acrilica e smalto spray su tela. Concessa al MADRE dall’artista e da EXILE]

La carriera di Miyamoto iniziò propriamente negli anni ‘70 del secolo scorso, quando nella vivace New York trovò l’occasione di allestire in moltissimi spazi della città, alcuni dei quali assai prestigiosi, come la John Weber Gallery.

Sensibile anche alle idee sociali e politiche del suo tempo, l’artista prese parte (dal 1974 al 1983) al primo spazio creativo che praticava il separatismo femminile, un gruppo costituito esclusivamente da e per artiste donne, che si organizzava nella forma di “Artists In Residence”: un’opportunità inedita per vivere insieme non solo la quotidianità, ma anche e soprattutto la produzione artistica.

La AIR Gallery of New York si occupava inoltre di promuovere forme d’arte contemporanea in ottica decoloniale, offrendo a nuovi talenti l’occasione di esprimersi e farsi conoscere.

Miyamoto poté quindi inserirsi in un contesto, quello artistico, che era parecchio competitivo, riuscendo brillantemente a distinguersi. Le sue origini giapponesi infatti andarono a intrecciarsi, tanto quanto a distanziarsi, dalla cultura statunitense, rendendo la sua esperienza unica e peculiare, influenzando il proprio fare-arte in continuo dialogo con l’Occidente.


[Senza titolo (2007). Opera costituita da ombrelli e corde, realizzata da Kazuko Miyamoto e Eizan Miyamoto. Concessa al MADRE dalla Collezione Marilena Bonomo di Bari]

Come ha ricordato la curatrice Eva Fabbris, Miyamoto per esperienza personale è sempre stata sensibile ai temi diasporici, tanto da curare nel 1980, insieme ad altri artisti, il progetto espositivo Dialectics of Isolation: An Exhibition of Third World Women Artists of The United States

Dalla profonda condivisione e reciproca influenza con altri autori e performer, Miyamoto trasse, come sopra menzionato, particolare giovamento dal sodalizio con LeWitt, grazie al quale poté trascendere il concetto di arte tradizionale, ponendosi «oltre la tela e oltre la cornice».

Dagli anni ‘80 inoltre Miyamoto integrò nella propria arte anche la performance, da un lato attingendo alle teorie sul corpo della filosofia post-strutturalista, dall’altro venendo a contatto con la street-art propria del quartiere newyorkese in cui viveva.

L’artista è oggi più che mai considerata una figura di grande rilievo per quanto riguarda la corrente minimalista e post-minimalista statunitense.

L’arte di Kazuko Miyamoto

Per introdurre quindi l’arte minimalista di Miyamoto, così come il minimalismo stesso come forme di arte contemporanea, è importante in questa sede rifarsi alle riflessioni di Georg Simmel. Nel 1902 egli pubblicò il proprio saggio La Cornice, influenzando la critica dell’arte e la filosofia estetica come nessun autore aveva fatto prima, scrivendo infatti che:

«L’essenza dell’opera d’arte è quella di essere una totalità per se stessa non bisognosa di alcuna relazione con l’esterno, e capace di tessere ciascuno dei suoi fili riportandolo al proprio centro. Dal momento che l’opera d’arte è ciò che altrimenti solo il mondo come intero o l’anima possono essere – una unità formata a partire da una singolarità –, essa si isola come un mondo per sé, da tutto ciò che le è esterno. Così i suoi confini significano qualcosa di completamente diverso da quelli che si designano come confini di una cosa naturale: in quest’ultimo caso essi non sono che il luogo di una costante esosmosi ed endosmosi con tutto ciò che sta al di là di essi; ma nel caso dell’opera d’arte essi costituiscono quella chiusura incondizionata che esercita in uno stesso atto l’indifferenza e la difesa verso l’esterno assieme alla concentrazione unificante verso l’interno. Simboleggiare e rafforzare questa doppia funzione del suo confine: questo è ciò che la cornice procura all’opera d’arte».

Se per il sociologo tedesco la cornice era un limes che divideva lo spazio sacro da quello profano, rispettivamente l’opera artistica e ciò che è mondano, potremmo dire che l’approccio di Miyamoto volto a «distruggere la tela ed uscire dalla cornice» non sia solamente un atto di ribellione rispetto a dei canoni artistici secolarizzati – e per lei in un certo senso “estranei”, date le origini orientali, familiare quindi ad altro tipo di arte -, ma un vero e proprio intento materiale di risignificare la stessa nozione di Arte in sé e di cosa voglia dire fare-arte.

A tal proposito, le sue opere ci mostrano certamente le influenze da parte dell’artista ottocentesco Hokusai. In questa sede non ci interessiamo in particolare delle sue Trentasei vedute del monte Fuji, che hanno rivoluzionato l’arte della stampa ukiyo-e. Il fil rouge dell’arte giapponese che da Hokusai attraversa Miyamoto è invece quello di riuscire a catturare «l’istantaneo, l’effimero, ma anche l’eterno» (Amelie Balcou, 2018): concezione che ha parecchie risonanze con i presupposti minimalisti.

Vivere solo il momento presente e dedicarsi totalmente alla contemplazione del presente è ciò che il termine giapponese ukiyo rappresenta: “il fluttuante”, ciò che è perituro e fugace. È proprio così che Miyamoto riesce a trovare un punto di incontro artistico-simbolico tra la tradizione giapponese e la corrente minimalista statunitense.

[Senza titolo (1972-2023), installazione costituita da spago e chiodi. Concessa al MADRE dalla Collezione LeWitt] 

Andare quindi “oltre la cornice”, rompendo la dicotomia – per Miyamoto tutta occidentale – tra sacro e profano, apre nuovi orizzonti anche in ambito artistico, dove corpo e mente non sono due elementi dicotomici, ma al contrario si uniscono nella creazione di un’opera artistica.


[Ibidem]

L’artista è ben consapevole che lo spago impiegato, ad esempio, nelle sue “String Constructions” sia effimero. E ciò non è solamente da attribuirsi alla concezione comune che si ha sullo spago in qualità di materiale grezzo e poco raffinato, ma alla sua stessa costituzione, e cioè alla sua degradabilità e al logorio cui è soggetto nel corso tempo.

Ciò che Miyamoto vede nello spago è la stessa condizione esistenziale, caratterizzata da brevità e precarietà. Non per questo, tuttavia, non è possibile coglierne la bellezza nella sua essenza e semplicità.

[“Male I” (1974 – 2023), composizione di spago, chiodi, legno. Concessa al MADRE dall’artista e dalla Zürcher Gallery]

Attraverso una complessa rete di linee, creata con l’impiego di chiodi e spago, Miyamoto riesce a creare anche vere e proprie illusioni ottiche, che sfidano l’occhio umano e lo spingono a partecipare dell’opera, come ad esempio cambiando angolazione o ruotando nello spazio attorno ad essa.


[“Kimono” (2003), corde. Concessa al MADRE da Cuomo Collection]

L’arte di Miyamoto si esprime anche oltre le sue costruzioni con lo spago: tra le numerose opere esposte, troviamo rappresentazioni minimaliste e personali di abiti tradizionali giapponesi, quali il kimono.

Quasi tutte queste vesti, rivisitate in ottica essenziale e sobria, sono state impiegate in progetti di performance art dalla stessa artista.


[Esposizione fotografica di performance dance tenutesi tra il 1998 e il 2008. Carta fotografica. Concesse al MADRE dall’artista e dalla Collezione Marilena Bonomo di Bari]

Questo tipo di opere trovò un ulteriore sviluppo quando Miyamoto rimase incinta nel 1983. Questo momento di vita fu per lei di estremo rinnovamento spirituale e creativo, tanto da cambiare il tipo di materiali che da qui in avanti avrebbe impiegato.


[“Fatatabi” (1987). Composizione di rametti, carta da pacchi intrecciata. Concessa al MADRE dal Lentos Kunstmuseum Linz]

Un giorno infatti, come ha più volte raccontato, vide il nido di un cigno immerso nella natura e tanta fu la bellezza che suscitò in lei, anche per via delle similitudini con la sua gravidanza, da decidere di operare solo con materiali organici naturali.


[“Nesting” (1980). Veduta della mostra presso A.l.R. Gallery, New York, NY. Concessa al MADRE dall’artista e da A.I.R. Gallery]

Da questo periodo in avanti, le opere di Miyamoto saranno ugualmente influenzate dal minimalismo, ma assumeranno anche connotati che potremmo definire come “primitivi”.

In particolare, l’artista riprese l’antica pratica di costruzione della corda chiamata Shimenawa (“la corda che racchiude”), usata nei rituali di protezione propri dello Shintoismo. Nel folklore giapponese infatti si crede che tali corde possano attirare spiriti benevoli o addirittura che il tipo di legno impiegato per crearle sia la loro dimora.


[“Twig Woman” (1983). Fotocopia xerox a colori. Concessa al MADRE dall’artista e EXILE]

A questo punto della carriera – e della vita, è evidente che la vivacità delle proprie tradizioni sia tornata a investire un ruolo cruciale nel suo fare-arte.

Ed è proprio così che il minimalismo di Kazuko Miyamoto, da un lato grazie alle proprie origini nipponiche, dall’altro alla naturalizzazione americana, riesce a mostrarci un’evoluzione e una manifestazione artistica unica in tal genere, inimitabile, ma anche e soprattutto, come abbiamo visto, irripetibile

Giulia di Loreto
Filosofo

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