IL POPULISMO, AUTENTICO PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA.

Il “populismo”, autentico pericolo per la democrazia,  per lo Stato, e per una consapevole autodeterminazione del suo Popolo.

Le recenti cronache relative alla difficile impasse di governo, danno invito ad alcune riflessioni di più ampio respiro, fuori dalla usuale dialettica politica, onde riflettere su usi e costumi di una società, sempre più complessa e contraddittoria, ma con vizi antichi.

Non si tratta, qui, di verificare se ed in che termini una fazione abbia maggior contenuto di ragionevolezza, nelle sue proposte, rispetto all’altra. Non è intenzione nemmeno opporre una critica diretta alle abbondanti espressioni propagandistiche di cui, mi sembra, nessuno si sia astenuto nell’agone politico di questi mesi.

Già nelle diverse degenerazioni ipotizzate da Platone, nel settimo libro de “La Repubblica”, la demagogia veniva concepita, a ragion veduta, quale fase di irrimediabile decadenza della democrazia. Propriamente, essa può esasperarsi in una deteriore espressione patologica di sé, allorquando il complesso funzionamento dei suoi elementi costitutivi, si rivolga a sostituire il corretto dibattito politico, con una azione di influenza ideologica esclusivamente adulatoria e compiacente verso le aspirazioni economiche e sociali delle masse. Ovviamente, chi la pone in essere, ne è ben motivato dall’aberante scopo manipolatorio di conquistare o mantenere il potere su di esse.

 

Se questa forma infida e surrettizia di “captatio benevolentiae” sui sentimenti più viscerali del popolo, sia un vizio oramai consegnato alla storia, ovvero, ancor più si possa riscontrare in diverse espressioni politiche del nostro panorama nazionale, financo da parte di forze politiche, sedicenti portatirici di “novità”, lascio l’arduo giudizio all’intelligenza individuale di chi osserva.

Personalmente, ritengo che oggi, più che mai, il “populismo”, in questo attuale scenario politico nazionale, la faccia da padrone, e chi ne approfitta, non abbia perso vizi e vergognose abitudini, di datata e vereconda memoria.

 

Il “populismo”, per estensione analogica all’omonimo movimento russo di ispirazione socialista, può definirsi come l’atteggiamento ideologico che esalta in termini demagogici e con azioni politiche velleitarie, il popolo e le sue aspettative, verso i quali si ascrivono valori esclusivamente positivi. Esso pone le sue basi sulla creazione artata di miti, sulla declarazione partigiana di valori positivi e negativi, sulla gratuita demonizzazione degli avversari, sulla oculata revisione degli eventi e degli accadimenti storici e, financo sulle interpretazioni orientate della realtà più indiscutibile in punto di logica.

 

E’ assolutamente basilare assumere, a premessa di qualsivoglia conclusione, il fatto che, per realizzare i propri scopi, esso tenda a realizzare due posizioni di forza. Da una parte, si rivolge a predisporre e sostenere le condizioni sociali su cui promuovere la determinazione di un “pensiero prevenuto” nella coscienza collettiva delle “masse”. Con riguardo, invece, alle proprie strutture operative della “comunicazione esterna”, si ingenia a dotare i suoi stessi organi di partito, di un’efficace “propaganda”, diffusa con subdola dimestichezza ad instillare e rinforzare detto pensiero, nelle teste e nelle coscienze, così ottenebrate, della maggior parte della popolazione, di cui si ha interesse ad estorcerne il consenso.

 

Nulla di nuovo sotto il cielo. Qualunque potere si sia affacciato sul palcoscenico della storia umana, dai Sumeri ad oggi, è stato consapevole che, tanto più il popolo, quandanche conclamatosi padrone di sé stesso, venga tenuto nella contingenza grave delle restrizioni di pancia e di pensiero (affamato ed ignorante, per intenderci), tanto più facile risulta il processo di alterazione collettiva della volontà.

 

Ne sono stati, intelligenti e spregiudicati fruitori della fruttuosità politica del suddetto assioma, re, imperatori, papi, dittatori, patrioti rivoluzionari, ed oggi, nelle sempre più confuse e cariatidi forme di sovranità popolare del mondo occidentale, anche insulsi ciarlatani, di ben inferiore lignaggio, e  di sedicente sentimento democratico.

 

Del resto, in menti deboli e non assistite da opportuni strumenti culturali ed intellettivi, aggravate dalle contingenze quotidiane della vita reale, spesso è facile che si insinui, quale demoniaca seduzione alle normali facoltà logiche del pensiero, una componente profondamente arazionale, emotiva, sovente anche manifestamente illogica. Poco alla volta, radicalizzandosi, essa le soverchia e le annulla, condizionando così una diversa e particolarissima espressione del pensiero stesso, spesso alla base di precisi atteggiamenti “sociopatici”, che vanno dall’atto di intolleranza e maleducazione, alle espressioni più violente di matrice politica o religiosa. All’apice del suo pathos, la mente così progressivamente avvelenata, si rende facile preda della tentazione di cedere a quel morbo del processo cognitivo, posto alla base delle capacità funzionali dell’intelletto, che la scienza chiama, appunto, “pensiero prevenuto”.

 

Questa profonda e patologica componente, condiziona e ristruttura, poco alla volta, l’autonoma formazione del convincimento, instillando lentamente ed inesorabilmente un cancro, che blocca la libera capacità di giudizio. Nelle sue forme più gravi, può arrivare alla degenerazione, sebbene in forme ed intensità diverse, del pensiero neurotico e di quello psicotico.

 

Del resto, come ci insegna la “psicologia cognitiva”, il pensiero “prevenuto” si caratterizza nell’individuo, attraverso una modalità di affrontare i problemi in modo predeterminato e finisce per  costituire una modalità poco sofisticata di trattare la realtà.

Fa talmente largo uso della “generalizzazione” (loro – cioè tutti gli altri – sono ladri!), del “pregiudizio” (essendo della casta, rubano per forza!) e di “verità assolute” (solo noi difendiamo l’interesse del popolo!) che, da un punto di vista logico, perde di vista l’”oggettività” e la capacità di “distinzione selettiva” dell’analisi della realtà, cadendo vittima di una generalizzazione, sempre confermata a mezzo di false  operazioni “deduttive”.  In sintesi, il pensiero prevenuto si nutre di “credenze rigide”.

Infatti, esso (in psicologia sociale “pensiero stereotipato”), nell’iter di formazione della conoscenza percepita della realtà, ignora e rifiuta il principio stesso del metodo sperimentale, secondo un processo di “razionalizzazione”, proprio di fenomeni di “regressione” di natura difensiva. Individuando un “capro espiatorio”, alla mente debole, appare più netta e rassicurante la distinzione tra il “bene” ed il “male”. Accettando “verità assolute di fede” (che siano religiose, politiche o di costume),  è più facile sollevarsi dall’onere di un’attenta e sincera analisi della realtà e dalle proprie conseguenti responsabilità verso di essa.

 

Tutto questo, lo conosce assai bene chi intenda avvalersi di questa “debolezza sociale”, insita nelle masse meno dotate di anticorpi della popolazione, per cercare di controllarle. Per condurle, come nel caso del “Pifferaio magico di Hamelin”, di Grimminiana memoria, al proprio tornaconto. Lo strumento più conforme a realizzare il gioco, il piffero magico,  è appunto la propaganda selettiva. Essa agisce come leva di Archimede sul pensiero indifeso delle menti più deboli ed insicure, trasformandole in stereotipate.

 

Che si tratti di piccole prebende in aggiunta alla busta paga, di una tanto generosa quanto illusoria sussistenza economica di cittadinanza per nullafacenti, di inverossimili regimi fiscali da sogno, ovvero, ancora, dell’immediata dissoluzione di esotici, quanto pericolosi forestieri, illegittimamente bivaccanti sull’uscio domestico, a carico del contribuente nazionale, l’alchimia che opera è uguale. Propaganda mirata da una parte, menti funzionalmente pronte a riceverla, dall’altra.

 

Propaganda, ovvero, quell’attività di disseminazione di idee ed informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni, ovvero il conscio, metodico e pianificato utilizzo di tecniche di persuasione, rivolti a raggiungere specifici obiettivi atti a beneficiare coloro che ne organizzano il processo.

 

Prescindendo da una ingiusta demonizzazione di qualsivoglia forma di propaganda (che è e rimane una libera ed utile forma di comunicazione verso le masse), passano i corsi e ricorsi storici, passano le ideologie, passano le bandiere, passano i “tiranni” o i sedicenti “democratici”, ma certe forme insidiose e pericolose di essa, te le ritrovi sempre evidenti (ovviamente alle menti illuminate), a prescindere dal colore politico di chi le impiega.

Per certuni, è una tentazione troppo forte, da rinuciarvi, considerato il ricco carniere che se può ricavare, se si è un po’ scaltri e senza scrupoli. Anche perchè paga bene e subito, senza troppi rischi od investimenti.

 

Con estremo dissapore e vivido disgusto, ritrovo di estrema attualità, in atteggiamenti che ravviso presenti nella modalità dialettica ed espressiva del nostro mondo politico, i fondamenti di ben altra matrice propagandandistica.

A ciascun portatore di buona volontà, e senza vincoli da pruriginose pudicizie, proprie solo delle menti pavide, il compito di riscontrare vorosimiglianze attualissime di essa nelle comunicazioni della propaganda politica dei nostri giorni, nei talk show da lavabo pubblico medioevale, nelle architettate interviste giornalistiche televisive, nei messaggi subliminali o artatamente inseriti nei social networks da lavaggio di biancheria di tono poco signorile.

 

« La propaganda deve sempre affrontare lo stesso argomento per le grandi masse del popolo. (…) Tutta la propaganda deve essere presentata in una forma popolare e deve correggere il suo livello intellettuale in modo da non essere al di sopra delle teste dei meno intellettuali di coloro ai quali è diretta. (…)

l’arte della propaganda consiste proprio nel riuscire a risvegliare l’immaginazione del pubblico attraverso un appello ai loro sentimenti, a trovare la forma psicologica appropriata che attragga l’attenzione e faccia appello al cuore delle masse nazionali.

Le grandi masse del popolo non sono costituite da diplomatici o professori di giurisprudenza pubblica né semplicemente di persone che sono in grado di formare un giudizio ragionato in determinati casi, ma è una “folla vacillante di bambini” che si trovano costantemente in bilico tra un’idea e un’altra. (…)

La grande maggioranza di una nazione è estremamente “femminile” nel suo carattere e la considerazione che il suo pensiero e la condotta siano governati dal sentimento piuttosto che dal ragionamento sobrio è esatta. Questo sentimento, tuttavia, non è complesso, ma semplice e coerente. Non è altamente differenziato, ma ha solo le nozioni negative e positive di amore e di odio, giusto e sbagliato, la verità e la menzogna (…)

La propaganda “non deve indagare la verità oggettiva” e, nella misura in cui essa sia favorevole verso l’altro lato, non deve presentarla secondo l”e regole teoriche di giustizia”, ma deve presentare solo l’aspetto della verità, che è favorevole al proprio scopo. (…)

Il potere ricettivo delle masse è molto limitato e la loro comprensione è debole. D’altra parte, se ne dimenticano in fretta. Stando così le cose, ogni propaganda efficace deve limitarsi a poche cose essenziali e quelle devono essere espresse per quanto possibile in formule stereotipate. Questi slogan devono essere ripetuti con insistenza fino a che anche l’ultimo individuo venga a cogliere l’idea che gli è stata messa davanti. (…)

Ogni modifica apportata nel soggetto di un messaggio propagandistico deve sottolineare sempre la stessa conclusione. Lo slogan principale deve naturalmente essere illustrato in molti modi e da diverse angolazioni, ma alla fine bisogna sempre ritornare all’affermazione della stessa formula. »

 

Trattasi di tracce colte nel VI capitolo del Mein Kampf, di Adolf Hitler, sulla base del quale si è basata la propaganda del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP).

Passano i tempi, ma le connotazioni e le tentazioni dei populisti di qualsiasi colore…no!

 

Anche oggi, non occorre che chi parla di politica, capisca ed abbia la cognizione tecnica, precisa e puntuale, di ciò che sostiene. Basta che sia creduto dal suo seguito.

Non importa che si disserti supportando la valenza della proprie argomentazione,  facendosi assistere anche dal valore dell’”antitesi” ( già dal Discorso sul metodo di Cartesio). Forse, idee contrarie possono anche essere foriere di geniali ripensamenti e utili correttivi. Ma è imperativo assoluto, non desistere dal proprio pensiero e demonizzare sempre e comunque l’avversario.

 

Non serve che il cittadino sia messo incondizione di capire nei minimi particolari i dettagli di una scelta politica o amministrativa, anzicchè l’altra, onde pervenire ad un consapevole e preciso convincimento, in deroga alla delega di responsabilità verso il rappresentante politico.

 

Sufficit… “presentare solo l’aspetto della verità, che è favorevole al proprio scopo”!  (appunto: A.Hitler in Mein Kampf).

 

Dalla scrittura sacra del Nuovo Testamento, un utile suggerimento costituzionale per salvare la nobile identità della sovranità popolare: “Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi.” Ovvero: non vanno rottamati i vecchi politici, sostituendoli con nuove figure. Occorre, ammettere che questo sistema politico non può più reggere. Non svolge più la sua funzione democratica. Non rende più i suoi cittadini felici e contenti.

Tutti gli osservatori politici focalizzano, ora, l’attenzione sulla necessità di meccanismi che garantiscano la governabilità attraverso l’adozione di così detti “premi di maggioranza”. Questo è vero ed opportuno.

C’è però, massimamente più urgente la necessità, di modificare le regole con su cui si realizza la rappresentanza popolare, mediante espressione della preferenza dell’elettorato attivo, su elenchi  di figure, non vincolate dal partito,  che saranno giudicate dal popolo per la propria capacità e moralità.

 

In epilogo: una domanda ai politici nostrani. E se si provasse a reprimere la tentazione di “vincere facile” e, così, abolire il “blocco delle liste” o dei “listini”, così come, peraltro, la corte costituzionale si ostina a ricordare ai vecchi politici, del vecchio sistema politico, e della vecchia “propaganda”, che continuano solamente a garantire se stessi? Si badi bene, nessuno escluso. Nemmeno i “rottamanti” populisti di sedicente vocazione democratica.

Paolo Cianciotta

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