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mercoledì, 1 Febbraio, 2023

Le ragazze di Teheran

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Benito Melchionna – Procuratore emerito della Repubblica

Il nostro incontro è nascosto
da un velo: quando il velo cadrà,
né tu né io rimarremo.
U. Khayyam – poeta persiano, sec.XI

  1. Nell’Iran degli Ayatollah

Per una lettura ragionata dello scontro che si va inasprendo in Iran, a motivo della atavica discriminazione e della repressione della libertà delle donne, serve ripassare un pizzico di storia.
Analizzare infatti il tormentato contesto culturale e geopolitico di quel nobile paese rende possibile rammentare che: nel 1935 l’antica terra di Persia assunse la denominazione di Iran, cedendo alla tentazione del più fiero nazionalismo identitario, rintracciato nella discendenza dal mitico gruppo indo-iranico, che in epoca preistorica si stanziò in Iran e nell’India settentrionale; nel 1979, a seguito della rivoluzione islamica dell’ayatollah (= miracoloso segno di Dio) R. Komeini (1900-1989), la nuova Costituzione della Repubblica Islamica sciita di Iran sancì la superiorità e il primato del potere religioso su quello politico. Attribuendo alla Suprema Guida politica e religiosa dell’ayatollah (dal 1989 Alì H. Kamenei) il pieno controllo delle leggi e degli organi dello Stato; il credo musulmano si basa sulla stretta obbedienza alla legge del Corano, il Libro sacro rivelato da Allah al profeta Maometto (570-632 d.C.) per rendere “sottomessi a Dio” (e alla Guida Suprema?) i fedeli all’Islam;alcune versioni del Corano, in diverse delle sue 114 sure (capitoli), escludono la pari dignità tra uomo e donna (che vale perciò la metà di un uomo), e legittimano la poligamia consentendo ai credenti maschi di avere 4 mogli; nel Libro sacro è anche scritto (sura 4, versetti 34) che “gli uomini hanno autorità sulle donne” e che “se temete che alcune si ribellino, ammonitele, lasciatele sole nei loro letti e poi picchiatele” (v. “il Corano” spiegato da Magdi Cristiano Allam, pag. XXXVI, ed. Elledici per il Giornale, 2008).

  • L’insostenibile leggerezza del velo (hijab)

Ricordo che nel 2008, avendo avuto l’opportunità di visitare l’università della meravigliosa città di Isfahan, incontrai giovani studenti fortemente scolarizzati e colti. Alcune deliziose ragazze, senza perdere il fascino lieve della seduzione femminile, già contestavano con coraggio (dal latino cor, cuore) l’impedimento all’accesso ai basilari diritti umani (dignità, libertà, uguaglianza, ecc.), sul loro capo imposto dal fondamentalismo teocratico (potere emanante da Dio) e dal radicalismo di Hezbollah (partito di Allah).
Esse non si ritenevano affatto alla stregua di Eva, formata da Dio da una costola di Adamo, secondo l’immaginario racconto della Bibbia.
Al contrario, si stimavano curiose e libere – al pari degli uomini – di rivendicare quei diritti e di prendere in mano la propria vita. Per poterla investire anche nella “ri-scoperta” di un corpo vitale, da abitare sia come involucro dell’anima, sia come fecondo “corpo sociale”; in grado così di scardinare convenzioni, muri e violenze: altro che arcaica patriarcale società dominata dal maschio e coperta dallo hijab!
Del resto, già allora il velo, reso obbligatorio in pubblico dal 1979, assumeva ai loro occhi valore di simbolo-icona di lotta al potere dispotico, in un gioco di intreccio tra la “insostenibile” leggerezza dello hijab e la fiera resistenza al suo oppressivo “pesante” significato.
Ora le manifestazioni di protesta si sono estese, a seguito della morte (16.9.2022) della ventiduenne curda Mahsa Amini, arrestata e percossa dalla famigerata polizia morale (!) perché non portava il velo in modo corretto.
Tuttavia, la repressione con centinaia di vittime e migliaia di arresti giudicati pubblicamente, e la severità giustificata dalla necessità di applicare alla “politica” di sicurezza pubblica i rigidi precetti (privati) dell’Islam, non possono certamente essere condivise.
Va infatti considerato che l’essenza della Legge sta proprio nel controllo dell’esercizio arbitrario e violento del Potere, e non nella repressione della Libertà, intesa come coscienza, misura e limite dei valori individuali e sociali.

  • L’Occidente tra emancipazione e decadenza

Le ragazze iraniane curano da sempre la immaginazione, parola derivata dall’antico persiano “himma”, che indica il potere di creare col cuore: ossia la facoltà di creare energia.
Di conseguenza, esse amano i poeti, sacerdoti dello spirito, perché sanno che la forza dell’arte poetica insegna a vivere in modo autentico, e le aiuta a ricordare di essere ancora vive anche quando, per rivendicare il supremo valore della Libertà, sfidano addirittura la morte di fronte alla violenza della polizia morale islamica.
Le donne dell’Occidente – già demonizzato da Komeini e ora da Vladimir Putin – sono invece privilegiate, anche se per loro non sono tutte… rose e fiori.
Ciò perché, a seguito della Rivoluzione francese, dando retta al suggerimento del Vangelo, i nostri sistemi democratici cercano di tenere separata la politica (Cesare) dalla religione (Dio).
In tal modo si spera di evitare le “deviazioni” perpetrate nei secoli da tutte le chiese istituzionalizzate. Le quali hanno purtroppo la storica vocazione a mescolare sacro e profano, cioè peccato, opinioni personali e reato, in una opaca commistione tra potere confessionale e gestione degli affari politici, tra l’altro in barba a qualsiasi ipotesi di trascendenza.
La evoluzione della cultura laica ha intanto progressivamente facilitato la emancipazione (dal latino, tenere per mano, liberare dalla servitù) della donna, liberandola – secondo misure e modalità tuttora da “calibrare” – dalla condizione di inferiorità giuridica, sociale e culturale rispetto agli uomini.
Perciò la nostra Costituzione repubblicana (art.3) riconosce e promuove la pari dignità e l’uguaglianza, senza distinzione di sesso, davanti alla legge; e la riforma nota come Codice rosso (Legge n.69/2019) appresta ora un rapido ombrello protettivo a favore delle vittime di violenza domestica e di genere (femminicidio, revenge porn, stalking, maltrattamenti, ecc.).
Mentre però tutti condividiamo il dramma delle ragazze di Teheran, pochi sembrano riflettere sull’inarrestabile decadenza del modello di sviluppo consumistico occidentale, che si allontana sempre più da un vero progresso in direzione di una migliore qualità della vita.
Tale crisi si declina ovviamente anche con riguardo alla attuale complessa condizione femminile, che vede molte donne “smarrirsi” di fronte alla gravosa molteplicità dei ruoli casa-lavoro-affettività…
Del resto, l’intero mondo della globalizzazione multicentrica deve ormai fare i conti con la rivoluzione digitale, la (in)sostenibilità ambientale-energetica e lo sfilacciamento della relazione umana, incapace di trasformare in unità la ricchezza della diversità; considerati peraltro i guasti indotti dal Covid e dalla situazione nella martoriata Ucraina.
Senza trascurare, da ultimo, le questioni che emergono dalla sempre più diffusa povertà etica e culturale. Quale quella che, ad esempio, si segnala negli U.S.A., dove si estende un fenomeno di primitivismo distruttivo, noto come “Cancel culture”, la cultura della cancellazione (del passato), che minaccia e progetta addirittura libri da bruciare, statue da abbattere, corsi di latino e greco da cancellare e…via delirando.
Allora vedeva giusto il geniale Woody Allen quando – con azzeccata ironia –  affermava: “Marx è morto, Dio è morto e anch’io non mi sento molto bene”.

Dott Ecc. Benito Melchionna
Procuratore Emerito della Repubblica

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