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di Roberto Donghi

La rottura tra Renzi e Conte non ci sarà.

Quanto temono alcuni e che fa parlare da settimane tutti i talk show assetati di scoop non potrà verificarsi ed il perché sarebbe chiaro anche ad un bambino.

Se si andasse al voto Italia viva, il partito dell’ex premier, non avrebbe le percentuali per rientrare in parlamento e questa è una ipotesa concreta (il Colle ha già ribadito che in caso di crisi si tornerà alle urne, niente nuovo governo) che farebbe perdere a Renzi non solo la cadrega, ma anche la gioia di tenere in piedi un’intera maggioranza da lui dipendente e di poter incidere profondamente sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica, il quale potrebbe nominare Primo ministro un alter ego di Renzi se questi aprisse una vera crisi dopo il 2022.

Ciò che invece emerge chiaramente da questa situazione è la necessità per l’Italia di cambiare. Il sistema parlamentare è oggi più che mai un cadavere in decomposizione che ci

portiamo appresso senza alcuna speranza di vederlo risorgere nel futuro. Lo stesso ricorso continuo al decreto legge in epoca pre-covid, iniziato con il governo Letta, dimostra quanto siamo de facto più che mai vicini ad un sistema semipresidenziale, con la maggioranza parlamentare impegnata semplicemente a convertire in legge i decreti emanati dal governo.

Una nazione parte del G7 non può più permettersi di affrontare un futuro veloce e fuori dagli schemi novecenteschi con governi altalenanti, incapaci di riformare uno stato che collassa perchè la maggioranza ed il governo sono sotto ricatto di chi, a malapena, arriva al 3%.

È un sistema anacronistico che va abolito come de Gaulle abolì la IV Repubblica nel 1958, conscio che una repubblica dei partiti equivaleva ad una repubblica dell’impotenza, fondata sul dibattito e non sull’efficienza e sul bene della nazione.

È un sistema che se nella nostra prima Repubblica permetteva ai governi di tenere più o meno la medesima linea (si trattava sempre di governi a maggioranza DC, con alleati che spostavano di poco la rotta politica) oggi rischia di compromettere definitivamente l’efficacia della politica interna e l’azione italiana nel mondo, con stati esteri sempre più restii a fidarsi di noi (persino Tripoli si è consegnata ai turchi).

E’ dunque più che mai necessario avere il coraggio di indirizzare il dibattito politico su queste riflessioni forse più tecniche e meno populiste, ma che davvero possono cambiare radicalmente l’essenza di una nazione che più si andrà avanti più perderà, che più si allontana dal passato e più avrà paura.

E’ infine emblematico, a tratti quasi divertente, che a dimostrare questa necessità sia proprio l’uomo che più di tutti, dai tempi di Craxi, voleva indirizzare il Paese su questa via con il referendum del 2016.

Forse è proprio questo lo scopo dell’esistenza politica di Matteo Renzi: non ha vinto il suo referendum e allora si è trasformato nel mostro che voleva distruggere: un 3% che comanda il 51%.

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