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di Mario Alberto Marchi
«Servono riforme radicali. Non quelle dei “populisti educati” come Macron e Renzi»: non lo dice un politico in cerca di visibilità in qualche talk show, ma un economista scomodo. Gaël Giraud è direttore del Georgetown Environmental Justice Program, di Washington, ed è stato anche capo economista dell’Agenzia francese per lo Sviluppo. La sua visione parte dallo studio dei sistemi finanziari per calarli in un’idea di equità sociale.
Oggi, però, c’interessa perchè primo economista ad aver teorizzato quella “transizione ecologica”, che è da alcuni giorni sulla bocca di tutti, in quanto suggerita al nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi dal Movimento 5 Stelle e adottata come materia di un nuovo ministero.
In realtà, il fatto che l’ex presidente della BCE ne abbia fatto un cardine della politica economica e di sviluppo del Paese, in relazione alla prospettiva dei 209 miliardi di finanziamento, ci dice che probabilmente si tratta di un’idea già ampiamente elaborata con Bruxelles. Non è infatti la sua presunta e poco credibile matrice politica che deve interessare, ma la sua portata d’indirizzo per la ripresa economica e produttiva.
Attenzione, però, perchè per Giraud si dovrà trattare non di “riformine”, ma di una vera rivoluzione che va a toccare interessi delicatissimi, con i quali la politica ha rapporti perlomeno prudenti.
“Tutte le grandi banche cosiddette universali detengono enormi quantitativi di asset legati a carbone, gas e petrolio. Se la transizione fosse effettuata domani, la realtà è che molte di esse fallirebbero – dice Giraud in una recente intervista – Anche in Italia. Inoltre, molti istituti di credito continuano imperterriti a prestare denaro al settore delle fonti fossili. La Francia è un esempio: le banche sono incastrate su questi asset marci. Ci vuole un cambiamento radicale. E le banche devono accettare il fatto che questo cambiamento comporterà un prezzo da pagare anche per loro”.
Al di là delle facili fascinazioni ecologiste, dunque, c’è un sistema globale del credito che va completamente riformato e ne sanno qualcosa i nostri piccoli e medi imprenditori che vengono trattati non come attori dell’economia reale, ma come privati cittadini, magari addirittura meno affidabili, laddove invece per le multinazionali il rubinetto del credito è sempre aperto. Insomma, anche per arrivare all’obiettivo di questa famosa “transizione ecologica”, prima si deve raggiungere quello di una transizione in chiave morale e sociale dei flussi finanziari. Poi si potrà pensare alla sostenibilità.

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