di Martina Grandori

Da marzo 2020 per molti ha significato lockdown e tempo immobile, improvvisamente la vita che si aveva – bellissima, bella o così così -, è stata portata via da un virus. Tutti a casa a ripensare alle proprie abitudini, a cercare un cambio di direzione, un vento nuovo per una nuova routine. 

Poi c’è chi, da molto tempo e con un’attitudine da ambientalista illuminato, pensa con anticipo alla città del domani e al suo impatto ambientale. Si chiamano “transition town”, le città della transizione, e si rifanno al movimento culturale ideato da Rob Hopkins in Inghilterra nel 2003. Il professor Hopkins insieme ad un gruppo di studenti da’ vita a Kinsale Energy Descent Plan, un progetto che ipotizzava già nel 2003, come una piccola città avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e largamente disponibile. Un progetto educativo a cambiare abitudini vita, fra riscaldamento globale, carenza di acqua, inquinamento, speci in estinzione (vedi le api), rifiuti che impattano sempre di più e una conseguente, diffusa e generale, diminuzione delle risorse, il progetto Kinsale Energy Descent Plan non poteva che aumentare di valore. Di più, non poteva non diventare un modello urbano per comuni (soprattutto quelli fantasma) che vogliono rimettersi in gioco e attirare nuovi abitanti. Kinsale Energy Descent Plan ruota intorno a due concetti fondamentali. In primis rievocare i pilastri dell’Umanesimo, quell’eden dove la cultura e le arti diventarono uno strumento di elevazione spirituale. Perché allora non utilizzare la creatività e il patrimonio intellettuale che l’umanità ha nel suo dna – ma ha anche messo in soffitta da molti decenni – e intraprendere un percorso che permetta di vivere meglio senza sprecare le risorse naturali? In secondo luogo, riscoprire la resilienza, oggi poco praticata nella quotidianità, tutti si è dipendenti da sistemi di cui però non si ha il controllo, ed ecco affiorare tutta la fragilità umana. Un cambiamento collettivo è più che mai necessario, attuabile con il buon senso. E dal buon senso, da una vita più “umana”, dalla voglia di appartenenza alla comunità del cambiamento, parte anche il progetto di transizione di alcuni comuni italiani ormai spopolati. Un esempio? Santa Fiona sul Monte Amiata, primo esempio di Smart Working Village d’Italia che grazie ad un canone di affitto di casa pagato a metà dal Comune stesso, ad una riprogettazione partecipata da parte dei cittadini, una connessione Wi-Fi diffusa e veloce, al lavoro agile, a servizi efficienti come asili, scuole superiori, ludoteche e spazi di aggregazione comune circondati dal bello, è diventato un portabandiera di un umanesimo dal sapore anche ambientalista. 

A Milano, fra le città italiane più ferite dal Covid, Fondazione Cariplo ha attuato, con il supporto del Comune e di varie associazioni, nei quartieri difficili di Corvetto e Adriano, Lacittàintorno, un programma nato nel 2016, che ripensa all’insegna della vivibilità zone urbane degradate. Stavolta parte dalle necessità dei bambini: da anni hanno smesso di giocare in strada, non hanno più dimestichezza con libertà e natura, colpa della dipendenza da tecnologia, colpa del lockdown, ma colpa, molto, anche dell’assenza di umanesimo ambientalista che appartiene a questo secolo.