di Mario Alberto Marchi
Stando al livello medio dei contenuti che circolano sui social, ma soprattutto ai numeri deprimenti dei lettori di giornali e libri, non si direbbe, ma siamo un popolo di letterati e umanisti. E nemmeno le prospettive di lavoro ci fanno schiodare da un tipo di istruzione sempre meno moderna.
L’ allarme vine da una analisi del mercato nella cosiddette professioni “STEAM” , acronimo di Scienze, Tecnologia, Engineering, Arte, Matematica, settore nel quale insistono soprattutto l’informatica e tutto ciò che riguarda il digitale. In un recente intervento, il vicepresidente per il Capitale Umano di Confindustria, Giovanni Brugnoli, ha illustrato dati preoccupanti: “Anche in un anno terribile come il 2020, le imprese hanno ricercato e non trovato almeno 110mila profili steam”. In particolare, secondo i dati Excelsior Unioncamere, tra industrie e servizi del settore privato  sono mancati all’appello principalmente 8.559 laureati in indirizzo chimico e farmaceutico; 31.685 diplomati Its nelle aree tecnologiche; 41.450 laureati in ingegneria elettronica/informatica e ingegnerie industriali; 9.900 profili tra le scienze matematiche, fisiche, informatiche.
“Le competenze Steam sono le competenze del futuro, di un nuovo rinascimento italiano. Orientare i giovani verso questa formazione è necessario per colmare il gap di profili ricercati dall’industria”.
Il bisogno di professioni “ad alta tecnologia” non è certo un fulmine a ciel sereno, se è vero che già nel 2015 il Centro Europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale stimava che entro il 2025 in Italia l’occupazione nelle professioni legate a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica potrebbe crescere del 4%.  In particolare, ricercatori e ingegneri potrebbero crescere del 36,9% in dieci anni, i professionisti dell’informatica e delle telecomunicazioni del 14,9%  e i tecnici scientifici del 9,3%.
Eppure In Italia gli studenti universitari iscritti a facoltà “STEAM” rappresentano solamente il 27% del totale, senza miglioramenti negli ultimi anni. In gran parte provengono da istruzione superiore tecnica, ma anche gli studenti di quegli istituti, al momento di fare una scelta universitaria, per il 45 % si riversano su facoltà di altro tip, come risulta dai dati elaborati da  Monitor Deloitte 2020.
Dove sta l’origine del problema? In una certa “cultura popolare”, sicuramente, ma ancora di più nella cronica mancanza di strumenti: due docenti intervistati su tre accusano la presenza di dotazioni  tecnologiche insufficienti o arretrate e un giovane occupato STEM su cinque le ritiene arretrate rispetto a quelle che ha poi riscontrato nell’ambiente di lavoro.
Del resto continuiamo ad essere uno dei Paesi dell’area Ocse che del Pil, meno investono in formazione universitaria.