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di Mario Alberto Marchi

Sarà un bell’esperimento di alchimia politica, vedere lavorare di concerto il Ministro del lavoro e delle Politiche Sociali ,il “dem” Orlando e quello dello Sviluppo Economico, il leghista Giorgetti, che dovranno trovare una linea unica e coerente per i quasi 100 tavoli di crisi che il Governo si troverà ad affrontare.
La buona notizia è che solo un anno e mezzo fa, i tavoli di crisi aperti presso al MISE erano 149 e che, di quelli rimasti, 64 sono attivi, quindi riguardano crisi conclamate che richiedono risoluzioni immediate con provvedimenti sull’occupazione. Gli altri sono di monitoraggio, cioè riguardano aziende in stato critico, ma con ancora margini di salvezza secondo piani di ristrutturazione già attivati autonomamente.
I casi più gravi e di difficile risoluzione sono noti: l’ex-Ilva di Taranto, la Whirlpool di Napoli, la ex-Embraco di Chieri (Torino), fino ad arrivare alla realtà eternamente sospesa di Alitalia.
Avranno già così un bel da fare i ministeri interessati ma, alla realtà difficile, si aggiungono prospettive drammatiche. Molte situazioni industriali critiche sono infatti rimaste congelate dalle casse integrazione covid, dai blocchi dei licenziamenti. Provvedimenti che hanno tamponato altre crisi pronte ad esplodere.
Si tratta di situazioni  spesso “trattenute” dal filtro dei tavoli regionali.
Per quanto riguarda le regioni del nord ad alto tasso imprenditoriale, in Veneto la struttura persso la quale vengono aperti i tavoli locali, ne conta ben 30 attivi, per un totale di 10.000 posti di lavoro a rischio.
Tra gli altri, c’è il tavolo di Ideal Standard (400 lavoratori , in provincia di Belluno), quello dell’azienda di abbigliamento Stefanel ( 250 dipendenti) Slim Fusina Rolling, a Porto Marghera (300 lavoratori coinvolti ) che però è già approdato al Ministero.
In Lombardia, la situazione è segnata dalla nuova apertura di tavoli di crisi, praticamente ogni trimestre. C’è la Henkel di Lomazzo (Varese), e in provincia di Lecco la Sicor-Teva di Bulciago. In tutto, poco meno di 400 posti di lavoro, compreso l’indotto.
Nel mantovano una crisi delicatissima riguarda il colosso dell’abbigliamento Corneliani, che vede coinvolti 500 lavoratori.
Per quanto riguarda il meridione, i dati reperibili sono fermi al 2020 e vedevano tra tavoli di crisi regionale e già approdati al Mise, una cinquantina in Puglia e il numero record i quasi 400 in Campania. Rispettivamente 11.000 e quasi 40.000 lavoratori coinvolti. Considerando una risoluzione media di un terzo, secondo i dati di presenza  nazionale allo Sviluppo Economico, si tratta comunque di almeno 30.000 posti di lavoro in bilico.

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