di Marzio Milord

La crisi degli ascolti Rai è ormai nota a tutti, addetti e no. Rai1 è in crisi dalla mattina alla sera (ora pure le fiction) ed è in piena “fase gay” grazie agli amici di Vincenzo Spadafora e ai casting whatsapp di Rocco Casalino. Il Movimento 5 stelle, novello in Rai e non avendo mai assaggiato il potere, cerca di accaparrarsi tutto quello che può, non rendendosi conto di non saperlo gestire, un po’ per ignoranza e un po’ perché poco avvezzi alla materia. In più, si permettono pure di fare la morale agli altri partiti sulla spartizione; e qui, si capisce il livello politico o morale. Se Rai1 è diventata tele-Spadafora, Rai2 si è trasformata in tele-Meloni, dove tutti i trombati degli ultimi anni del centrodestra si sono ritrovati in due flop pazzeschi quali Seconda Linea, chiuso perché sulla media del 2% di share, e Anni20, che naviga beatamente intorno all’1,7%, restituendo alla rete un sesto (a volte settimo) posto di rete più vista. Giampaolo Rossi, gran volpone della Rai, cda in quota Giorgia Meloni e sponsor del direttore di Rai2 Ludovico di Meo, è stato più efficace nel pizzare i suoi nella corporate che nell’editoriale; ottima strategia per una persona che sa bene che al prossimo cda salterà insieme a Di Meo: si è assicurato alcuni dirigenti strategici (se non lo tradiranno appena il vento cambierà) ma agli occhi della critica è considerato colui che ha rovinato la prima serata di Rai2.

Su Rai3, stendiamo un velo pietoso. Franco di Mare, baluardo del giornalismo di sinistra, si è trasformato in direttore in quota M5S pur di accaparrarsi un incarico; ha piazzato i suoi, un po’ di raccomandati di Vincenzo Spadafora e Rocco Casalino, qualche polemica qua a là, ma pare sia l’unico che nelle nomine del prossimo cda non cadrà. Parola dei 5 Stelle.

Ma veniamo alla quel carrozzone gioioso di Rai Pubblicità. Sono talmente tanti che, dagli agenti ai dirigenti, spesso non sanno che fare tutto il giorno. Ma lo stipendio statale arriva lo stesso. Se il futuro della tv è il branded content, a Rai Pubblicità fanno molta fatica ad accorgersene, visto che quando arriva un bel progetto sul tavolo della concessionaria, la prima cosa che questa chiede è se ci sono già sponsor alle spalle. Ma allora gli agenti di vendita cosa ci stanno fare? E pure quando dalla pubblicità promettono una copertura, a distanza di mesi nulla torna, sintomo del fatto che c’è qualcosa che non va al di là della crisi commerciale, oppure è semplicemente pigrizia.

Giampaolo Tagliavia, ad Rai Pubblicità, che a Matteo Renzi deve molto ma soprattutto la sua entrata in Rai, pur di mantenere una posizione si trasformato in grillino, senza pensarci due volte e senza un minimo di vergogna personale o agli occhi della politica, che dovrebbe notare più spesso queste giravolte; tra l’altro, persone come Tagliavia sono le stesse che sono pronte a fregarsene del proprio sponsor alla prossima tornata politica. Boria a iosa, incompetenza commerciale, spocchia di chi sa di avere un posto fisso intoccabile, Tagliavia si permette di fare il buono e cattivo tempo, portare avanti i progetti anche se brutti perché sponsorizzati dai suoi nuovi amici, allontanare autori e creativi che, pur portando un buon format, non sono a lui graditi, interrompere progetti in stato di avanzamento perché quel tale giorno gli è girata male. Incompetenza e brutta moralità creano un combo che fa malissimo a Rai Pubblicità, penalizza creativi e brand, e fa passare malissimo la Rai tutta.

Tra l’ignoranza dei partiti e quella dei manager, questa Rai andrà presto a schiantarsi verso un muro che sarà complicatissimo tirare di nuovo su.