di Stefano Sannino

Le sfilate. Quei magici momenti dell’anno a cui tutti vogliono partecipare, ma alle quali quasi nessuno è ammesso, se non buyers, giornalisti e bloggers. Le sfilate sono entrate nell’immaginario collettivo – almeno in Italia – per la loro stravaganza, magnificenza e per la loro esclusività. Oltre alla parte artistica, le settimane della moda mobilitano milioni di dollari per tutte le aziende accessorie che forniscono arredi, luci, locations, organizzazione, trucco e parrucco. Ora, a causa del Covid, tutto questo è a rischio: le aziende del settore moda stanno spostando i loro eventi dal vivo al digitale, scarnificando tutto quel fascino che ruotava intorno alle settimane della moda, grazie alle quali traevano beneficio anche alberghi e ristorazione in tutte le città che avevano l’onore di ospitare questi eventi. La bellezza degli abiti che volteggiavano in passerella, sarà rimpiazzata da una diretta streaming, la quale oltre ad avere una qualità audio-video inferiore a quella – naturalmente – esperita dal vivo, non farà altro che aumentare il gap tra chi compra e chi produce, riducendo quella straordinaria forma di creatività ad una ripresa di poco meno di venti minuti.

Una simile scelta potrebbe portare a tutto il settore moda delle conseguenze disastrose non solo per i profitti (che sono fondamentali), ma anche e sopratutto per tutta la parte più creativa: l’allestimento, l’ambientazione, la suspance, l’esclusività verranno rimpiazzate da una democratizzazione di questa forma d’arte, che – rendendosi fruibile da chiunque – diverrà automaticamente meno desiderata, meno trascendentale e, per ricollegarci a quanto detto da W. Benjamin, l’arte trova il suo senso non nella democratizzazione, ma nel segreto, nel silenzio, nell’esclusività. Questo fantomatico mistero che circonda le sfilate, aiuta ed ha sempre aiutato le case di moda ad aumentare i propri fatturati, creando un desiderio del lusso in coloro che non erano ammessi a questi eventi: paradossalmente, quindi, era proprio il divieto a far aumentare le vendite; paradossalmente, sarà proprio questa democratizzazione a svalutare questa forma d’arte. Attenzione però: questo non significa che la moda deve essere per pochi, significa piuttosto che l’idea della moda, che l’idea di una collezione, che l’idea di un vestito specifico debba essere intoccabile, irraggiungibile, inarrivabile. Solo così, tutti continueranno a desiderare, tutti continueranno a volere ciò che non possono avere e ogni maison sarà pronta a dare ciò che i suoi clienti desiderano.

Questo momento storico particolare, richiede delle misure straordinarie – è vero – ma non sarebbe forse meglio restringere ancora di più l’accesso agli eventi, aumentare i controlli (come per altro avviene in ogni locale del Bel Paese) anziché chiudere le porte e trasmettere in diretta il proprio show? Siamo sicuri che questa democratizzazione che apre a tutti, ma che al contempo chiude la possibilità di “toccare con mano” la collezione in questione, sia la scelta migliore?

Scegliere di digitalizzare le sfilate, di democratizzare una forma d’arte, ha – come evidente – delle implicazioni sulla psicologia del desiderio dei clienti che non possono essere ignorate ed è per questo, che se si continuerà su questa linea, la moda non sarà più la stessa.