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di Mario Alberto Marchi

Una volta c’era la contrapposizione tra “Stato sociale” e “Stato del capitale”: due visioni che a gradi linee s’ispiravano all’alternativa tra distribuzione equa del benessere e stimolo alla sua creazione autonoma.

Da lì, sono derivate un po’ tutte le politiche economiche messe in campo dalla politica, negli ultimi 30 anni. Dopo decenni di delicatissimo equilibrio, che affondava le radici nella ripresa del dopoguerra, dal ’94 si è fatta strada l’idea di abbracciare linee più definite. L’avvento dell’idea berlusconiana di “azienda-Paese” è stato in questo senso determinante.

Da quel momento, si è costruita un’alternanza, prima con una definizione politica (destra – sinistra), poi una contrapposizione di veduta che ha inseguito soprattutto il consenso popolare immediato, assistendo frequentemente a un vero rovesciamento, con una destra fortemente statalista e una sinistra più attenta ai conti, sulla scia di un suo più accentuato europeismo.

Quello che potremmo chiamare l’ “Anno del Covid”, sotto il profilo delle linee di politica economica, ha pasticciato tutto. Ogni concezione è stata congelata dall’emergenza.

Forse, per la prima volta ci si è ritrovati a dover necessariamente far ricorso a provvedimenti tipici dello “Stato sociale” (se non assistenziale), non per distribuire, ma per tenere in piedi la macchina di produzione del capitale. Inevitabile, sul breve periodo, ma devastante non appena si è reso necessario cominciare a pensare al dopo emergenza.

A ben vedere, il ricorso all’incarico di Governo a Mario Draghi, che sia fruttuoso o meno, va nella direzione di spazzare via tanto il pasticcio economico dell’emergenza, quanto un ritorno troppo frettoloso a quell’alternanza di visione.

Sul tavolo del governo vi sono da un lato alcuni numeri che saltano agli occhi: debito pubblico al 160% del Pil, crollo dei consumi del 10,8% (pari a una perdita di circa 120 miliardi di euro), stime di chiusura di aziende a cinque zeri (300.000 solo nel commercio), un milione di posti di lavoro a rischio una volta tolto il blocco ai licenziamenti. Dall’altro, necessità di iniziazione di denaro in sostegni sociali: aiuti al reddito, sanità, sostegni alle famiglie, istruzione, incentivi alle partite iva (direttamente correlati alla crescente difficoltà di occupazione giovanile).

Cosa vuol dire? Che non c’è più spazio per le ideologie, ma solo per le idee. Che almeno il prossimo quinquennio dovrà conciliare sostegno e sviluppo, possibilmente costruendo un progetto di Paese nel quale sia chiaro quanto puntare sull’industria (produzione calata del 2%), quanto sul turismo (che vale oltre il 5% del pil).

Non è la politica, ma l’economia a richiedere una visione di Paese, Draghi o non Draghi.

 

 

 

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