In questi giorni ha fatto parlare la campagna del movimento “Se non ora quando?” contro la gestazione per altri, o gestazione surrogata, meglio nota come “utero in affitto”. In molti hanno gridato allo scandalo, accusando il movimento femminista di bigottismo e di voler negare alle donne una libertà e un diritto.  Tra le tante voci, ne ho trovata una che mi trova d’accordo: quella di Cristina Gramolini, nota attivista dell’associazione Arcilesbica e presidente del circolo Milanese dell’associazione.

Cristina Gramolini.

Cristina Gramolini.

L’attivista aderisce alla campagna di “Se non ora quando?” introducendo però un distinguo fondamentale (e ignorato da chi ha lanciato la campagna) tra la gestazione per altri gratuita e quella “commerciale” ovvero dietro compenso. Una differenza non da poco, che cambia completamente l’approccio alla problematica. Lo sfruttamento di donne povere come “macchine da riproduzione” non è, infatti, un rischio puramente accademico, un fatto da dimostrare. Al contrario è, purtroppo, qualcosa di esistente. Il tema fu sollevato da alcune testate all’indomani del terremoto del Nepal. In quel paese la gestazione per altri è legale e molte donne nepalesi e pachistane si rendono disponibili per fame e miseria. Ai tempi del terremoto vari giornali, tra cui Repubblica e Huffingtonpost parlarono di alcuni padri gay israeliani che erano riusciti a portare i loro figli, avuti in Nepal, in salvo in Israele, lasciando le madri al loro destino, come fossero semplicemente “macchine per far figli”. Non basta certo il fatto di aver dato loro dei soldi per ripulirsi la coscienza e rendere eticamente accettabile lo sfruttamento delle donne.

Proprio per evitare casi del genere, per evitare che si crei un “mercato degli uteri” che ridurrebbe donne povere a merce, è importante discutere in modo serio e approfondito la questione, con tutti i distinguo del caso. Purtroppo al momento la cosa non sembra possibile, almeno nel nostro paese. Da una parte, infatti, c’è un fronte conservatore, di matrice per lo più cattolica, che vuole solo proibire il sorgere di qualunque legge a favore della gestazione per altri, battendosi spesso perfino per la censura di ogni discorso a tal proposito. Dall’altra c’è un “fronte del sì” fatto di militanti del movimento glbt e di attivisti per la laicità istituzionali che vorrebbero una legalizzazione tout court e che si rifiutano di discutere con chi pone dei dubbi, accusando di “omofobia” e “bigottismo” chiunque voglia porre dei limiti alla cosa.

Tanto per cominciare, unire la tematica della gestazione per altri al discorso dei diritti delle persone glbt è un errore. Un errore comodo sia per i detrattori che accusano gli “omosessualisti” di voler andare contro natura, di voler cancellare la famiglia e altre simili amenità, sia per i sostenitori che possono così usare la scusa dell’omofobia per chiudere ogni discussione. La gestazione per altri è un tema che riguarda tutte le coppie che desiderano avere figli ma che non possono. Coppie omosessuali quindi, ma anche coppie eterosessuali che hanno problemi di sterilità.

E invece la questione dello sfruttamento delle donne che fanno da madre nella gestazione per altri è un tema centrale che non possiamo non discutere e non affrontare, che piaccia o meno. Che si sia d’accordo o no con il concetto stesso di gestazione per altri, non si può ignorare quel che già avviene nei paesi poveri. La legalizzazione della gestazione per altri a pagamento ha creato già un commercio di corpi umani, di donne che si vendono non per ideale o per convinzione, ma semplicemente per fame. Donne che portano nel loro grembo il figlio di qualche ricco, occidentale o meno, per poi essere abbandonate come fossero solo oggetti. E questo non è tollerabile. Portare in grembo un bambino, dare la vita a un essere umano, non è un “lavoro”. Non è come produrre un vasetto di marmellata o tessere un tappeto. E quindi non se ne può fare mercimonio.

E anche se questo commercio avviene in paesi su cui la nostra legge non ha giurisdizione, non possiamo lavarcene le mani come se il nostro paese non potesse far nulla a riguardo. I legami stabiliti all’estero devono essere trascritti dalle istituzioni italiane. Come il matrimonio e l’adozione dei bambini da parte di una coppia omosessuale ad oggi non possono essere registrati in Italia, allo stesso modo non dovremmo registrare la paternità o la maternità di quei bambini avuti con gestazione surrogata in paesi che non tutelano i diritti delle donne. In questo modo potremo avere la certezza che gli italiani non abuseranno di donne povere per usufruire della gestazione per altri.

Si chieda quindi pure la possibilità della gestazione per altri, ma a condizione che sia gratuita e non generi un mercato di donne-madri che di sicuro non si può ritenere un “diritto”.

Enrico Proserpio