di Mario Alberto Marchi

Innanzitutto, è necessario porsi una domanda. Quello dei cosiddetti “riders”, è un lavoro che andava regolarizzato e quindi reso ufficiale o uno sfruttamento che andava disincentivato e magari represso?

È una domanda etica e non economica, ma è giusto comunque porsela anche trattando di economia e di lavoro, soprattutto in un periodo storico nel quale i paesi (anche l’Italia) vengono chiamati e disegnare un nuovo progetto di sviluppo che si articolerà per i prossimi decenni.

Giusto quindi chiedersi non solo che economia possiamo avere, ma anche che economia vogliamo. In realtà, la risposta sta nel meccanismo di autogenerazione dell’economia stessa, soprattutto quando risponde non a strategia di prodotto, ma a bisogni dell’utenza. Questo è il fenomeno dei “riders”, la risposta ad una richiesta, diventata esplosiva in quest’anno di pandemia, ma già crescente precedentemente.

La sentenza del tribunale di Milano che obbliga le società di delivery all’assunzione di 60.000 riders altro non è che la legalizzazione di un fenomeno che rischiava di andare a ingrossare le fila (già ben nutrite) di economia e lavoro sommerso. In realtà, non bisogna fermarsi qui. Questo è il primo passo per regolarizzare la cosiddetta “gig economy”, di cui i riders si stima rappresentino meno del 15%.

È l’economia dei lavori a chiamata, che negli ultimi anni si è strettamente intrecciata con l’uso delle piattaforme digitali: l’utente clicka una app sullo smartphone ed ecco che si crea la catena dell’offerta di lavoro. Si tratta dell’evoluzione estrema del Job On Call, che varie leggi hanno cercato di disciplinare negli ultimi vent’anni, senza riuscirvi molto. Il primo tentativo risale al 2003, con l’introduzione del Contratto di lavoro intermittente, fino ad arrivare allo scorso anno con una disciplina più evoluta anche sul piano del trattamento economico, che ha puntato soprattutto all’impiego in agricoltura.

La questione dei riders è particolarmente grave perché, prevedendo il ricorso selvaggio al cottimo, crea un sto oggettivo di sfruttamento. Ora, da lavoratori autonomi dovranno passare a parasubordinati, con contratto di lavoro coordinato e continuativo, con visite mediche, formazione e fornitura di attrezzature.

Tutto bene? Certo, ma attenzione: la domanda di lavoro destrutturato e flessibile da parte delle aziende sarà sempre più pressante, così come l’offerta per lavoro non qualificato e di disponibilità immediata da arte di chi è ormai uscito dai margini del mercato dell’impiego e ha necessità urgenti. Non è detto che il modello di lavoro dipendente al quale si continua a guardare sia la risposta.