di Gabriele Rizza

Si discute delle riaperture, come al solito divisi tra aperturisti e falchi, e intanto i virologi continuano ad essere in disaccordo in tv. Parlare delle riaperture implica pensare anche alla tanto sognata ripresa, oltre che alla giusta sopravvivenza di milioni di italiani che ad oggi non possono lavorare. Il governo guidato da Mario Draghi ha la sua essenza proprio nella ripresa, l’occhio al post- pandemia e le mani sul piano economico di rilancio europeo, il Recovery Plan. Del resto, lo slogan del primo ministro è chiaro fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi: “L’occasione è unica: bisogna spendere e spendere bene”. È noto come questi soldi dovranno essere spesi, tra digitalizzazione, transizione energetica ed equità.

C’è però un errore dietro l’angolo in cui anche questo governo può cadere, errore in cui sono caduti la stragrande maggioranza dei governi dall’unità d’Italia ad oggi, ossia il sogno di agganciarsi al treno europeo. Non è un errore in sé, lo diventa quando è un sogno e non un progetto, perché il sogno dimentica della realtà, mentre il progetto si fonda sulla realtà. E la realtà italiana ha certamente bisogno di investimenti nei campi indicati dal Recovery Plan, ma ha delle storture e pecularietà che, se non vengono finalmente risolte o messi su una strada più giusta, rendono ogni buon investimento inutile o con un’efficacia al di sotto del potenziale. Ad esempio, una classe dirigente politica e parapolitica lenta e macchinosa al pari della burocrazia italiana è una montagna impossibile da aggirare per qualsiasi ottima idea di sviluppo, così come lo scontro sulle competenze tra Stato e Regioni messo in evidenza dalla gestione del Covid, gli scarsi investimenti nella ricerca e la fragilità e precarietà del nostro tessuto scolastico. Non basta spendere bene, come dice giustamente Draghi, serve capire come arrivare tra vent’anni a non congratularsi con i governi per un euro speso in più sulla scuola, perché considerato una spesa strutturale e non un extra.

Serve poi la cosa più semplice di tutte: aderire alla realtà. Il Conte II ha puntato su monopattini, pc, plastic tax e bonus per chi ha già una capacità di spesa, mentre la realtà è stata lasciata allo sbando, salvo il blocco dei licenziamenti. Così siamo arrivati ad un anno dalla pandemia – fonte Istat – a meno 945 mila occupati e  oltre 700mila inattivi. La realtà purtroppo corre e registra dei record: nel 2020 la povertà assoluta ha raggiunto 2 milioni di famiglie (il 7,7% del totale contro il 6,4% del 2019), mentre le persone in povertà assoluta in Italia sono 5,6 milioni (il 9,4% contro 7,7% del 2019), un milione in più rispetto in un anno. Senza considerare le condizioni di lavoro precarie di molti occupati, tra caporalato digitale delle consegne e dei trasporti e multinazionali che pagano a cottimo e con contratti brevissimi. Non occorrono solo piani di sviluppo, la trappola è omettere le condizioni di questo sviluppo, il rischio è mettere davanti alle condizioni umane, i numeri e il solo PIL. Il sogno del treno europeo, sia prima una bella realtà italiana.