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di Gabriele Rizza

Nessuno si aspettava notizie incoraggianti e iniezioni di fiducia dal Rapporto annuale 2020 – La situazione del Paese elaborato dall’Istat. L’istituto di statistica fotografa la realtà, mettendola sotto gli occhi dei governanti e dei cittadini; quest’ultimi, la conosco bene, se non altro perchè la vivono. Le notizie, quindi, non sono altro che una conferma dei disagi e dei problemi endemici del nostro paese.

Protagonista indiscusso del rapporto è il Covid analizzato, oltre che nei suoi effetti sanitari, anche in quelli economici e sociali. Partiamo da un numero: – 8,3% di PIL per il 2020, e in economia si sa, dietro i numeri ci sono le storie di donne e uomini, perlopiù difficili quando davanti c’è il segno meno. Aldilà dei risvolti a breve termine strettamente collegati alla serrata, l’Istat mette ancora una volta in luce le questioni cruciali che da tempo segnano la debolezza del tessuto sociale italiano: scarsa liquidità delle imprese, denatalità, precarietà giovanile e condizione della donna nel mondo del lavoro. Il Covid non ha fatto altro che aggravare la già fragile situazione, mettendo così i governanti nelle condizioni di dover agire presto e bene; niente di più difficile per la classe dirigente nazionale, a meno che non lo chieda l’Europa, ovviamente. In alternativa, si andrà avanti come sempre, a colpi di mai realizzate rivoluzioni liberali o di assistenzialismo ad hoc, un po’ a chi porta voti, un po’ ai potentati internazionali che ti permettono di governare; di aspirazioni e programmazione nemmeno a parlarne, e intanto l’Istat fotografa la realtà.

 La situazione è seria per davvero. Il cosiddetto ascensore sociale non sale più. Anzi, secondo il rapporto, il 26,6% dei figli rischia una condizione sociale inferiore rispetto a quella dei genitori, percentuale superiore rispetto ai figli che invece avranno una condizione migliore dei genitori, il 24,9%. Segno inequivocabile del declino italiano, che fa riflettere sulla funzione di scudo sociale delle pensioni dei nonni, ormai sempre più importanti per l’acquisto di una casa, l’affitto o addirittura per le spese quotidiane di figli e nipoti. Ci si chiede se anziché sperperare miliardi in sussidi discontinui, non sia più utile garantire ai giovani pochi ma essenziali servizi, come ad esempio la certezza della casa.

I giovani lavoratori precari o disoccupati non potranno programmare alcunché senza un minimo di sicurezza. L’Istat lo dichiara apertamente, gli italiani desiderano avere almeno due figli: «Sono solo 500 mila gli individui tra i 18 e i 49 anni che affermano che fare figli non rientra nel proprio progetto di vita: una componente tutto sommato marginale e che include, nella metà dei casi, persone che hanno superato i 40 anni e che prendono atto delle difficoltà di avere figli in età avanzata». Al desiderio però non seguono i fatti, per l’Istat infatti «Recenti simulazioni, che tengono conto del clima di incertezza e paura associato alla pandemia in atto, mettono in luce un suo primo effetto nell’immediato futuro; un calo che dovrebbe mantenersi nell’ordine di poco meno di 10mila nati, ripartiti per un terzo nel 2020 e per due terzi nel 2021». Nello scenario peggiore nel 2021 potrebbero esserci solamente 396 mila nati.

Disoccupazione e condizioni di lavoro non aiutano a risollevare il difficile scenario: il 12% delle imprese è propensa a ridurre l’Input di lavoro. Anche il settore pubblico non scherza, si pensi alle migliaia di cattedre vacanti nella scuola. Intanto aumentano anche le donne impegnate nei cosiddetti lavori antisociali, come quelli notturni, sostiene il Rapporto annuale 2020: «Tra le donne è alta, anche se non maggioritaria, la diffusione dei cosiddetti orari antisociali: serali, notturni, nel fine settimana, turni. Con tutto ciò che ne consegue in termini di qualità del lavoro e la conciliazione con la vita privata».

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