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di Giorgia Scataggia

Il fenomeno dell’allontanamento illecito dei minori dal loro nucleo familiare, portato recentemente alla luce dai tragici eventi di Bibbiano e troppo in fretta dimenticato, si è ormai esteso in tutta Italia. Spesso le persone si chiedono come sia possibile che un servizio nato per uno scopo positivo possa celare al suo interno una macchina che stritola pian piano chi rimane incastrato nei suoi ingranaggi, portando conseguenze devastanti nei confronti delle famiglie che chiedono aiuto trovandosi, invece, tradite.

TANTE COOPERATIVE, UN ENORME BUSINESS

I servizi sociali nascono, come sappiamo, con la legge 328/2000, una norma che dovrebbe avere il compito di aiutare le famiglie in difficoltà. Questa legge consente ai Comuni di convenzionarsi, con la conseguente privatizzazione del servizio sociale e la nascita di decine di cooperative, ognuna con una diversa “specializzazione”. Questa filiera muove un enorme giro di soldi, in quanto ogni cooperativa, oltre a dare lavoro a tantissimi operatori (si parla di circa 100.000 persone che operano in questo settore), per trovarsi in quel ruolo, ha precedente vinto un appalto. Un sistema alimentato sulla pelle dei bambini, che necessita della presenza di famiglie da “aiutare” per potersi sostenere. Questo significa che ogni minore che esce da questo giro infernale, va immediatamente sostituito.

COME CERCHI NELL’ACQUA

Possiamo immaginare questo sistema come un sassolino lanciato nell’acqua di un lago, che crea piccole increspature che si fanno via via più ampie e numerose, fino a perdersi. Tutto parte da una segnalazione a carico di una famiglia. Oppure è la famiglia stessa a mettersi sotto i riflettori, chiedendo aiuto. Il servizio sociale prende in carico la situazione, ma di per sé non ha le competenze per una valutazione del contesto familiare e delle capacità genitoriali. Quindi demanda questo genere di perizie ad altre cooperative, composte da psicologi forensi, psichiatri, educatori, neuropsichiatri infantili e via dicendo. Queste valutazioni possono avere un iter estremamente lungo, soprattutto se il contesto familiare da analizzare è particolarmente ampio. La conseguenza di ciò, è che in questo lasso di tempo spesso i bambini vengono collocati presso una famiglia affidataria o una casa famiglia, gestita dall’ennesima cooperativa. A complicare ulteriormente la situazione può intervenire una Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), richiesta dal Giudice laddove egli ritenga ce ne sia bisogno. Questa è un’altra nota dolente, in quanto spesso la professionalità di questi consulenti è piuttosto discutibile. Il loro compito dovrebbe essere quello di fare chiarezza, partendo da una posizione al di sopra delle parti, ma spesso si limitano a visionare le relazioni redatte da tutti gli operatori precedenti. Chi ha avuto la sfortuna di avere a che fare con professionisti non all’altezza o addirittura disonesti si vedrà risucchiato ancora di più da queste “sabbie mobili” nelle quali è caduto. La CTU stessa può inviare i genitori presso ulteriori specialisti per sottoporsi ad altre valutazioni. Da questo susseguirsi di infiniti passaggi ed infinite visite nascono, poi, tutte quelle improbabili diagnosi che ben conosciamo. E così vediamo bambini allontanati dalla famiglia perché “troppo amati” da genitori definiti simbiotici oppure, paradossalmente, bambini costretti a frequentare un genitore abusante poiché ritenuti vittima di alienazione parentale da parte dell’altro genitore.

L’impegno della redazione de LaCritica è quello di portare sotto i riflettori della politica la pericolosità di questi meccanismi che troppo spesso si inceppano, affinché vengano effettuati più controlli e venga smaltito l’eccesso, ovvero ciò che serve solo a nutrire le cooperative piuttosto che ad aiutare le famiglie.

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