di Stefano Sannino

Il rapporto uomo-natura è sicuramente quello che, dall’alba dei tempi delle nostre società, caratterizza il nostro modo di vivere e di rapportarci all’altro ed al diverso. La natura, con la sua immensa potenza e diversità, ha sempre messo l’uomo davanti all’evidenza di essere nient’altro che un ingranaggio di un meccanismo più grande che, spesso, trascende dalla nostra comprensione. È dunque perfettamente logico che le diverse culture intorno al globo terrestre abbiano sviluppato degli interi sistemi interpretativi della “naturalità” e della “animalità”, fondati sulle loro concezioni religiose, rituali e, talvolta, perfino magiche. È il caso, per esempio, degli enfants-sorciers (bambini stregoni) della provincia del Katanga, in Congo. Questi bambini, spesso orfani, sono ritenuti capaci di trasformarsi in gatti, civette, cani e ratti, animali tipicamente legati alla stregoneria del posto. Tuttavia, la realtà antropologica di questa credenza è ben più complessa e molto meno “occulta”. 

In questo caso particolare, la relazione interspecifica tra esseri umani ed animali, viene utilizzata per pensare ai bambini di strada o agli orfani, che vengono dunque immaginati come esseri umani capaci di compiere delle metamorfosi animali decisamente sovrannaturali. Poco vi è di sovrannaturale però in questa idea, tanto che moltissimi sacerdoti delle chiese pentecostali congolesi sono soliti non soltanto credere in questo fenomeno, ma addirittura promuoverlo nei loro sermoni e nelle loro attività liturgiche. Se prendiamo ad esempio, l’opinione comune che crede che gli orfani di strada siano capaci di trasformarsi in cane, i motivi di questa credenza ci si palesano in modo piuttosto ovvio. In questo caso la trasformazione interspecifica viene utilizzata per spiegare, in modo piuttosto metaforico, tutti i tratti salienti della vita che questi orfani conducono: relazioni di competizione, di dipendenza e di commensalismo che caratterizzano tanto i cani quanto gli orfani. 

Il cane, nella cultura congolese è anche associato all’idea di violenza, di sporcizia e di ambiguità, tanto che il consumo della sua carne è proibito. Il fatto quindi che alcune categorie di esseri umani siano ritenute capaci di compiere queste trasformazioni animali, non è altro che un modo culturale di pensare a delle categorie sociali di cui si conosce poco o, peggio, non si vuole conoscere affatto. La trasformazione assume quindi, nella cultura congolese del Katanga, i tratti di un ostracismo sociale, di un esilio delle categorie deboli e svantaggiate, tramite associazioni metaforiche che collegano le suddette categorie con specie animali con le quali condividono alcuni tratti. È quindi questa associazione simbolica a costituire il sostrato culturale dal quale nascono e si palesano determinate credenze, tra cui appunto quella degli sheges (termine locale per indicare i bambini di strada) in cani, ratti, civette o gatti. La stregoneria non c’entra nulla: la vera protagonista di questa storia è la natura, che da sempre influenza il nostro modo non solo di pensare al mondo in cui viviamo, ma anche di pensare noi stessi. Spesso, e questo ne è solo un esempio, le categorie animali o naturali sono state il metro di paragone con cui l’uomo è stato in grado di costruire la sua identità, la sua società e la sua cultura. Ed i bambini-stregoni del Katanga ne sono la triste e tragica prova vivente.