di Gabriele Rizza

Nell’anno in cui il sistema sanitario è stato al centro della cronaca, simbolo della resistenza al Covid e cuore della speranza, c’è ancora molto da fare per mettere la sanità come perno del sistema sociale italiano, insieme alla scuola, alla giustizia, alla casa e al lavoro. Segnali di scoraggiamento arrivano però proprio dagli addetti ai lavori, i medici. Infatti, un questionario sottoposto dall’associazione Anaao Assomed ai suoi iscritti, testimonia una totale sfiducia verso la sanità pubblica: “Solo il 54.3% dei medici ospedalieri di oggi pensa di lavorare ancora in un ospedale pubblico nei prossimi 2 anni. E oltre il 75% ritiene che il proprio lavoro non sia stato valorizzato a dovere durante la pandemia”. Sentimenti amplificati dalla pandemia, che ha messo in mostra tutte le lacune della macchina organizzativa, dei fondi insufficienti e del personale perennemente sotto organico.
I medici lascerebbero gli ospedali per motivi “riassumibili in un comprensibile spirito di sopravvivenza. L’eccesso dei carichi di lavoro, legato a una carenza numerica persistente al di là della giostra dei numeri sulle assunzioni, la rischiosità del lavoro, la sua cattiva organizzazione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni che lo riguardano, un problema per il 60.3% dei medici, insieme con una retribuzione non adeguata all’impegno richiesto, rappresentano i fattori determinanti”. Alla base del problema c’è il concetto di efficienza che viene perseguito, spiega ancora Anaao: “È ormai chiaro che il perseguimento della sola efficienza, misurata guardando ai bilanci e agli indicatori numerici e perseguita attraverso progressive riduzioni delle risorse disponibili, è un nemico della resilienza del sistema nel suo insieme”. Secondo l’associazione occorre ripensare daccapo i processi decisionali, coinvolgendo i medici che stanno sul campo e accantonando il controllo dei conti come unico criterio di qualità, e puntare soprattutto alla valorizzazione delle risorse umane. Altrimenti, anziché una rinascita della sanità pubblica, la pandemia ne segnerà il definitivo declino.
La strada è tutta in salita. Basti pensare all’assurda vicenda dei medici specializzandi che, proprio nell’anno in cui gli ospedali chiedevano più che mai l’ingresso di forze fresche, entreranno in servizio solo alla fine di questo gennaio, con più di due mesi di ritardo.