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di Gabriele Rizza

Il gioco del calcio non è solo sport, diletto, un pallone che corre in mezzo al campo e il fuorigioco da capire. Secondo Pierpaolo Pasolini il calcio è “rito di fondo ed evasione, l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, laddove puntualmente certi riti vengono ripetuti da generazioni di squadre e di calciatori, insieme ai tifosi che si recano allo stadio, unendosi in una dimensione comunitaria e, per qualche ora, di comune destino, laddove poi si annullano le differenze sociali, l’operaio e il manager di più alto livello sono abbracciati e paritari. Non è un caso che la popolarità di questo gioco nasce con la fine dell’era delle guerre mondiali e il ripudio popolare delle guerre: la dimensione guerresca, di appartenenza, dei gagliardetti e dei simboli, si replicano sugli spalti e in mezzo al campo con cori e bandiere, in forma a volte purtroppo molto violenta, ma tutto sommato pacifica, controllata, per uno o due giorni alla settimana e che incanala in forme civili certi bisogni istintivi dell’uomo.

E come nell’epica, ci sono gli eroi. Non può non tornare in mente la scomparsa di Diego Armando Maradona, eroe sul campo, icona nella vita. Se ne è andato Diego, e insieme a lui un mondo che non è più, che è cambiato. Il calcio di oggi è cambiato, tra pay tv, sponsor, stipendi da capogiro e settori vip allo stadio. I calciatori non sono più icone, sono carne da pubblicità che attraggono milioni di follower, si seguono le partite per la star di turno e non per il tifo di una squadra, la voglia ossessiva delle leghe calcistiche di sfondare in Asia è emblematico in questo senso.

Vale per il calcio, vale per tutti gli ambiti appannaggio di gruppi riuniti e organizzati. Si pensi ai partiti, italiani in particolare: fino a trent’anni fa il cittadino conosceva prima il partito e poi i leader, adesso i leader vengono prima del partito, anzi sono il partito, sparito il leader sparisce il partito. Così come all’epoca di Maradona non c’era il nome sulla maglia, non c’era nemmeno il nome del leader sul simbolo del partito. C’erano i numeri simbolo, per esempio il 10 di Maradona e Platini, ma quando non entravano in campo, il sostituto prendeva il loro numero. È finito il tempo delle icone e dei grandi trascinatori di folle, come Maradona, Baggio e Del Piero, o in politica come Berlinguer e Almirante, abbiamo oggi solo la star e il personaggio, e come tutto ciò che si consuma, durano poco. L’icona invece è leggenda.

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