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di Gabriele Rizza

Dopo la diretta del Premier Conte del 26 aprile, la fase 2 resta ancora una fase 1 e mezzo, anzi una fase 1 come lo era nei primi giorni di lockdown. Le novità dal 4 maggio saranno la completa ripresa delle attività produttive, l’attività fisica al parco e le visite ai parenti, senza possibilità di riunirsi in famiglia.

Non cambia invece la rinuncia della politica e del governo ad assumersi responsabilità e a farsi coraggio, per esempio nel rendere meno stretti i divieti nelle regioni a più basso contagio.  Ancora una volta è il comitato tecnico scientifico – come confermato dallo stesso Conte – a decidere le sorti del paese e a prorogare la sospensione delle libertà individuali, di riunione e di associazione. Gli scienziati fanno il loro lavoro, in mancanza di una conoscenza adeguata del coronavirus non possono far altro che raccomandare di stare a casa. Esiste però la politica, che dopo la fase acuta dell’emergenza deve tener conto degli aspetti sociali, economici, psicologici e dei diritti costituzionali. La realtà dice che siamo il primo paese occidentale ad essere entrato in lockdown e l’ultimo a uscirne, e allora diventa lecito il forte sospetto che la decisione del governo di prorogare ancora la fase 1 è frutto della volontà di non decidere e della mancanza di strategia.

La fase 1 era necessaria a preparare la fase 2: appiattire la curva, organizzare gli ospedali, creare ospedali Covid, adeguare il trasporto pubblico locale, informare e aiutare i commercianti ad attrezzarsi e aumentare la capacità dei laboratori di effettuare tamponi, per dirne alcune. A tutto questo si è iniziato a pensare poco più di dieci giorni fa, con la nuova e ultima task force guidata da Colao. Prima di allora il vuoto. Allora anche qui è lecito l’ulteriore sospetto che il giorno 11 marzo, quando il lockdown diventava nazionale, il governo si aspettasse di debellare completamente il virus in due mesi, come del resto l’Hubei in Cina poteva far sperare. Tutto a spese dei lavoratori che non sanno come pagare l’affitto del loro locale e di tutti i liberi professionisti, perché con i 600 euro ci paghi le spese, e anche meno se devi provvedere a dare da mangiare alla tua famiglia.

Resta nella fase 1 e mezzo la scarsa sensibilità del governo nei confronti delle libertà individuali: il discorso di Giuseppe Conte era zeppo di concediamo, permettiamo, non permetteremo, e anche il suo Ministro alla Sanità, Roberto Speranza, poche ore prima aveva dichiarato che “non sarà un liberi tutti”, come se si stesse giocando a guardie e ladri, e qui è stata efficace la narrazione di far passare per viziato chiunque iniziasse a lamentarsi. Del resto, più sei debole più devi mostrarti forte. Proprio come l’autoelogio del premier riguardo la conquista del Recovery Fund: strumenti di cui ancora non si sa nulla, su tempi e modalità, la cui sola certezza è che sarà finanziato dagli stati membri, creando ulteriore debito.

Resta ancora, collegata alla mancanza di prendersi responsabilità politica, l’urgenza di Giuseppe Conte di avviare una stagione di riforme in un momento in cui, ancora per molti mesi, le libertà di manifestazione e di riunione saranno ridotte al lumicino e di conseguenza quella di parola, e in cui il Parlamento è a ranghi ridotti. Come da vent’anni a questa parte, cioè che va cambiato è meglio farlo quando i cittadini sono inermi. Così è accaduto con il governo Monti quando il “fate presto” non contemplava dibattito politico. Stai a vedere che dopo l’Europa sarà il virus a chiederci di stanare qualche diritto sociale.

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