di Gabriele Rizza
Ci risiamo, la storia sta per tornare e ripetersi: dopo il Papeete di Salvini e il ritiro dei ministri della propria area da parte di Matteo Renzi, anche il governo di Mario Draghi viaggia sul filo del rasoio dopo l’abbandono dell’aula da parte dei deputati pentastellati al momento del voto sul Dl Aiuti. Ironia amara e beffarda di un’Italia che in politica è ostaggio anche del karma. Prima Matteo Salvini che, quasi in riva al mare annuncia l’abbandono dell’alleato pentastellato e l’allora Premier Giuseppe Conte durante una calda estate del 2019, poi ci pensa l’altro Matteo, Renzi, a far cadere a fine 2020 lo stesso Giuseppe Conte mentre era in onda il Conte II, non più gialloverde ma giallorosso. E adesso è Giuseppe Conte a dare una spallata bella e grossa all’ormai fragile governo Draghi che dallo scoppio della guerra in Ucraina sembra aver perso quell’area di infallibilità.
Per il Movimento Cinque Stelle disertare l’aula al momento del voto è stato un atto di coerenza e linearità, ma come amava dire un gran giocatore della politica della Prima Repubblica, Giulio Andreotti: ” A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, e allora il dubbio che la questione non sia solo l’ampliamento del Reddito di Cittadinanza o l’inconsistenza degli aiuti è più che lecito. Quale interesse avrebbe il partito di Giuseppe Conte a lasciare proprio adesso (o magari a settembre) il governo? Nessuno se non si vuol guardare più in là nel tempo, ma nel 2023, o forse prima se i numeri alle Camere non dovessero bastare, si terranno le elezioni politiche. E si terranno in un momento in cui tutti i partiti più forti e importanti, alleati o in contrasto- eccetto Fratelli d’Italia, sono in maggioranza e non possono usufruire di quel credito che gli italiani concedono a chi non ha responsabilità di governo. Uscire adesso, in vista delle prossime elezioni, potrebbe essere un segnale di marketing politico, come a dire: con il picco del prezzo del gas, l’inflazione e la disoccupazione non ho a che fare, mi sono opposto a ciò che non faceva bene al Paese. Una mossa di marketing paragonabile ai prezzi del supermercato che sull’etichetta hanno scritto 1.99€.
Dopo cinque anni in cui il movimento fondato da Beppe Grillo ha cambiato il proprio volto, trasformandosi da partito di lotta a partito di establishment, governando con tutti e abiurando le proprie storiche battaglie, come quella contro l’Europa delle banche e della finanza, cerca adesso di recuperare la verginità perduta. Potendo così giocare la campagna elettorale in attacco e non in difesa, come saranno costretti a fare la Lega e il PD. Proprio il rapporto tra quest’ultimo e il M5S potrebbe, secondo la strategia degli uomini di Conte, uno dei motivi del possibile strappo: da tre anni a questa parte i Cinque Stelle sono stati subalterni al PD, dalle elezioni amministrative alle scelte di governo. Staccarsi adesso, passando all’attacco, vuole essere un colpo di spugna per cancellare tre anni di compromessi.