di Gabriele Rizza

Mentre la disastrosa gestione della pandemia nell’estate – autunno 2020 dimostrava tutta l’inettitudine e la presunzione di una certa classe dirigente e politica, c’era chi nel ruolo di comando al Ministero della sanità pubblicava un libro in cui si afferma che: “nella pandemia c’è la possibilità di ricostruire una egemonia culturale”, parole di Roberto Speranza. Tutto mentre i lavoratori di tanti settori vitali per il paese erano costretti ad abbassare la saracinesca. Ma che la sinistra abbia voltato le spalle ai diritti sociali è cosa ormai nota, anche quando la realtà delle cose non chiede nient’altro che aiutare i più deboli. No, non è stato un caso isolato il caso di Speranza, nei costumi liberal della sinistra c’è tutto un costrutto di priorità che volta le spalle alla dimensione quotidiana della popolazione, ritenuta forse ostacolo al progresso, in quanto massa ignorante e capace di vivere di sola pancia, secondo loro. Così, torna alla carica Enrico Letta, neo segretario del PD a rendere più chiara cosa sia l’egemonia culturale accennata da Speranza: lo Ius soli. “L’ho volutamente messo nel dibattito di uscita dalla pandemia perchè io mi sento di legare le due cose. L’Italia nuova del post pandemia deve emendarsi di tanti difetti del passato”, dice Letta. Che la “purificazione” di un paese passi attraverso la regolazione della cittadinanza, vuol dire che il primo difetto sta proprio in chi formula un pensiero simile, ossia non conoscere il passato e le cause dei mali strutturali italiani, cose che non sono colpa dei cittadini, ma della classe dirigente della quale Letta fa parte, e si vede.
Il segretario del PD inciampa poi nel semplicismo più becero: “Tra 2012 e 2013 c’è stato un momento con Balotelli in nazionale e Cecile Kyenge al governo in ci siamo stati più vicini a quel salto e rendere quella cosa naturale con un passo avanti collettivo per il paese”, come se bastasse un ragazzo che guadagna milioni di euro per rendere “pronto” il paese allo ius soli. Del resto è un mondo che viaggia al contrario: i cambiamenti culturali non stanno più nella rete fitta e sociale della popolazione, ma nella rete dei grandi canali di comunicazione, nella star, in chi ha successo. Proprio come piace alla sinistra liberal e alla sua pretesa laica di guidare il gregge, come il prete i fedeli.
Ius soli o no, non può e non potrà mai essere una battaglia culturale e di purificazione. Semmai le leggi sulla cittadinanza sono una battaglia di adattabilità al contesto storico, e lo ius soli non va affatto nella giusta direzione, almeno fin quando il caos e il marcio dietro il processo migratorio non sarà risolto, tra scafisti, guerre d’interessi economici, alleati europei che tutto sono tranne che alleati. Nella pandemia e post pandemia c’è ben altro da mettere in cima alla lista: chiedetelo ad un insegnante, ristoratore, albergatore, o ad una mamma o un papà. Ma non a Letta.