di Alessandro Giugni

La storia della Fotografia è costellata di lavori maestosi nati dalle più disparate esigenze dei loro autori: c’è chi, come Koudelka o Abbas, trovandosi al centro di fenomeni dalla portata storica, quali sono stati, rispettivamente, la Primavera di Praga e la Rivoluzione Iraniana, ha sentito il bisogno di gettarsi in mezzo alla folla, anche rischiando la propria vita, pur di mostrare il vero volto di tali eventi; c’è chi, come nel caso di McCurry, ha accuratamente preparato l’itinerario del proprio viaggio così da poter raccontare con precisione didascalica la bellezza e le peculiarità di certi luoghi; e c’è anche chi, come Ikko Narahara, ha saputo unire fotografia e filosofia per intraprendere un viaggio metafisico alla riscoperta di una cultura quale quella giapponese.

Alcuni capolavori, però, non sono figli di una ricerca minuziosa, del coraggio di gettarsi a capofitto in un conflitto o di un’indagine introspettiva. Alcune pietre miliari di questo media sono nate dalla spontaneità di un gesto e dalla personale esigenza di lasciare una traccia di coloro i quali ci circondano e ci amano incondizionatamente.

È questo il caso dell’opera di Deanna Dikeman intitolata Leaving and Waving, edita da Chose Commune. Nel 1991 Deanna fa visita ai suoi genitori, nella loro casa a Sioux City, Iowa, e, poco prima di accendere il motore della sua auto per ripartire, punta l’obiettivo della sua fotocamera istantanea verso i suoi genitori e li immortala mentre, sorridenti, erano intenti a salutarla con il braccio alzato. Nei 27 anni seguenti, Deanna, ogni volta che si accingeva a ripartire dopo aver incontrato i suoi genitori, era solita scattare una loro fotografia sulla soglia della loro vecchia casa. Sfogliando le pagine di Leaving and Waving non si possono non cogliere alcuni dettagli che, immagine dopo immagine, saluto dopo saluto, rivelano l’incessante scorrere del tempo: la pelle dei genitori della Dikeman si fa via via sempre più solcata dalle rughe, i loro corpi, inizialmente ben eretti, si indeboliscono e ripiegano su se stessi, a un certo punto il padre inizia ad avvalersi del sostegno di un bastone. Ciò che rimane immutata è la gioia dipinta negli occhi e nei sorrisi dei due coniugi. La narrazione è minimale, ma al contempo profonda: ad ogni addio si accompagna il desiderio, tanto della Dikeman quanto dei suoi genitori, di trattenere e salvaguardare qualcosa di quei momenti trascorsi insieme, essendo ogni attore di questa toccante storia consapevole che ogni saluto potrebbe essere l’ultimo.

Inizialmente Deanna aveva scattato queste fotografie con l’intento di farle confluire in un lavoro, intitolato Relative Moments, volto a raccontare, dal 1986 in avanti, la vita tanto dei suoi genitori quanto di altri suoi parenti. Solo verso la fine del 2017, riguardando gli scatti realizzati negli anni passati, la fotografa ha scoperto l’esistenza di questa commovente serie di fotografie che aveva accumulato “andando via e salutando”, come suggerisce il titolo dell’opera.

Passano gli anni e si arriva al 2009: per la prima volta dopo 18 anni una fotografia della Dikeman ha perso uno dei suoi soggetti. Suo padre, infatti, pochi giorni dopo il suo novantunesimo compleanno, era scomparso. Da quel momento in avanti l’unica protagonista del racconto sarà la madre. I saluti degli anni a venire saranno caratterizzati da una luce diversa negli occhi della anziana donna: la gioia degli scatti precedenti lascia spazio, da un lato, alla tristezza della solitudine e, dall’altro, alla consapevolezza del fatto che potrebbe non esserci una “prossima volta”. Nel 2017, a causa dell’età e dell’impossibilità di provvedere a se stessa in totale autonomia, l’anziana madre si trasferisce in una residenza per anziani: è sulla porta del piccolo appartamento a lei destinato che la Dikeman scatterà le ultime fotografie di questa serie. Nell’ottobre 2017 anche l’ultimo soggetto di Deanna verrà meno. Il libro si chiude con una fotografia della vecchia casa di Sioux City: per la prima volta dopo 27 anni il portellone del garage è chiuso, il vialetto di accesso è vuoto. «Per la prima volta nella mia vita, nessuno mi stava salutando dal vialetto». È una fotografia, quest’ultima, che non si esaurisce nella triste presa di coscienza della fine del percorso di vita dei due anziani genitori. Quel vialetto e quel garage così immortalati sono sì vuoti, ma paiono ormai astratti dal tempo e dalle avversità della vita, assumono un significato universale che riguarda ciascuno di noi.

Quel rituale di “salutare e andare via” proseguirà altrove, in ogni luogo in cui un genitore e un figlio si rivolgeranno un cenno di saluto a ogni partenza.