In questi giorni si è fatto un gran discutere per quelle statue coperte per non scandalizzare Hassan Rouhani, presidente in carica iraniano, la cui sensibilità poteva, secondo i nostri, essere urtata dai nudi marmorei. Sono state tante le persone che si sono scagliate, giustamente, contro questa decisione. Rouhani era ospite in Italia e come tale avrebbe dovuto rispettare le nostre idee, la nostra arte, il nostro modo di vivere, esattamente come hanno sempre fatto i nostri politici in visita all’estero. Non dimentichiamoci le nostre donne politiche con il velo durante le loro visite a paesi islamici. E come loro non hanno cambiato usanze per noi (giustamente), noi non avremmo dovuto cambiarle per loro. Un conto è, infatti, essere ospitali e gentili con un politico straniero, un altro è calar le brache davanti a lui e censurare ciò che potrebbe dar fastidio al suo bigottismo.

E fin qui credo che tutti siano d’accordo. Ma tanto per far polemica (non gratuita), vorrei far notare le incoerenze e le incongruenze del nostro paese e di chi urla allo scandalo per il caso Rouhani.

Per prima cosa, ricordiamo come il “calar le brache” sia usanza diffusa negli ultimi anni, e non sono tra la presunta sinistra (dico presunta perché il PD, della sinistra, ha solo il nome), ma anche a destra. Anzi, proprio Berlusconi, in tal senso, fu maestro e il suo comportamento con il colonnello Gheddafi non può che far impallidire quello di Renzi con il presidente iraniano. Ricordiamo che quando il colonnello venne nel nostro paese, gli fu concesso di piantare la sua tenda in centro Roma, di far manifestazioni con i suoi cavalieri e di tenere una conferenza con lo scopo di diffondere l’Islam. Ma il fondo lo toccammo durante la visita di Berlusconi in Libia, quando l’allora nostro presidente del consiglio si inchinò e baciò la mano a Gheddafi. Un atto indegno, tanto quanto la copertura delle statue, se non di più. Chi, da destra, grida allo scandalo ora, dove era a suo tempo? Chi, da sinistra, gridò allo scandalo allora, dove è adesso?

Secondariamente dobbiamo notare che la censura per non urtare la sensibilità del bigotto di turno (islamico o meno che sia) è un’abitudine consolidata, quasi scontata. Perché in un paese dove il bullismo è la norma del comportamento politico non ci si può stupire se la “sensibilità” del potente (o del pre-potente) di turno conti sempre più della libertà di espressione del popolo. Qualche esempio?

Nel 2010 il papa visitò Palermo. Le istituzioni censurarono ogni dissenso possibile, per non urtare Benedetto XVI. Ora, Palermo è una città italiana, dove, in teoria, vige la libertà di espressione. Eppure basta che un papa qualunque sfili per le strade (a spese nostre, tra l’altro) perché la libertà e la

Uno degli "scandalosi" quadri di Tamara de Lempicka.

Uno degli “scandalosi” quadri di Tamara de Lempicka.

democrazia vengano accantonate. Uno striscione, messo su un balcone lungo il tragitto, fu tolto con la forza. E non pensiate che ci fossero scritti insulti o chissà quale volgarità. Lo striscione riportava un verso del Vangelo di Matteo: “la mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne fate una spelonca di ladri” (Matteo 21, 13). A quanto pare però il Vangelo poteva dar fastidio a chi dovrebbe esserne il più grande difensore e divulgatore. Allo stesso modo a Torino, nel giugno del 2015, quando Francesco I visitò la città, furono censurati i manifesti della mostra dei quadri di Tamara de Lempicka, celeberrima artista della prima metà del XX secolo, che di sicuro non può essere accusata di volgarità. Credo che l’attuale papa sia uomo abbastanza forte da resistere alla vista di un quadro dove si vede un paio di seni nudi. E trovo ridicolo, oltre che scandaloso, censurarlo.

In nessun paese democratico simili censure dovrebbero accadere. In Inghilterra, tanto per fare un esempio, il dissenso non viene censurato, e a lato dei cortei e delle manifestazioni ci sono sempre capannelli di persone con cartelli di protesta. E non c’è papa che tenga: la libertà di opinione, e quindi anche di dissenso, è più importante.

Infine vorrei far notare che l’attenzione istituzionale per la “sensibilità” non c’è sempre, ma funziona, piuttosto, a intermittenza, a seconda di chi le istituzioni si trovano davanti. Perché se un potente, magari a capo di uno stato teocratico e antidemocratico (Vaticano o Iran che sia) viene in Italia, allora tutti corrono a inchinarsi, ma se una minoranza discriminata sfila per i propri diritti, allora il dissenso diventa sacrosanto e inviolabile. Come quello dei movimenti estremisti cristiani a lato delle manifestazioni per i diritti civili. Misteri del paese dei bulletti.

Enrico Proserpio