Caterina Arcidiacono, Antonella Bozzaotra, Gabriella Ferrari Bravo, Elvira Reale, Ester Ricciardelli dopo la stesura del protocollo Napoli hanno inviato all’Ordine Nazionale degli Psicologi una lettera con la quale chiedono di istituire con la massima urgenza una commissione d’inchiesta per individuare gli iscritti che utilizzano, ai fini degli allontanamenti dei figli dalle madri, la ascientifica teoria della Pas o costrutti simili.

Il codice deontologico e la legge non prevede l’utilizzo della violenza, già in caso di violenza da parte di un ex marito-padre violento, quindi, sarebbe necessario che vengano sanzionati o si convertano anche alle norme del loro codice deontologico in caso di utilizzo di costrutti ascientifici e metodi violenti, ben consapevoli che della errata “valutazione” scaturiscono anche gli allontanamenti e prelievi coatti dei bambini.

La lettera inviata all’Ordine Nazionale degli Psicologi

“In questi giorni stiamo rivivendo con lo stesso forte disagio quanto accadde con il prelievo coattivo del bambino di Cittadella, nel 2012. Abbiamo visto le stesse scene di allora, ascoltato le stesse urla terrorizzate dei bambini e gli stessi dialoghi tra operatori e madri, che assistono impotenti ai prelievi forzosi dei loro figli. Episodi recenti e ripetuti, che hanno avuto una risonanza mediatica di grande impatto sull’opinione pubblica, sconcertata e attonita per la violenza usata nei confronti dei bambini. Tali episodi tuttavia rappresentano solo la punta dell’iceberg di un fenomeno più vasto e silente, sul quale è necessario e urgente aprire al più presto un confronto su scala nazionale che dia risposte definitive e articolate, al di là della condanna generica del singolo caso.

Questo tipo di “trattamento” costituisce il risultato diretto del sostanziale riconoscimento della PAS, Sindrome da Alienazione Parentale, nelle varie declinazioni e diciture da essa assunte nel tempo. La sindrome, come tutti gli psicologi sanno è stata più volte rigettata dalla comunità scientifica internazionale. Ma, se la PAS – nella sua originaria formulazione gardneriana – è caduta in disuso, assumendo nuovi nomi nella sua vita proteiforme, non altrettanto è caduto il sempre identico, aberrante trattamento dei suoi presunti effetti.

Già il 15 ottobre del 2012 Claudio Mencacci, allora Presidente della Società italiana di Psichiatria, a commento del prelievo forzoso del bambino di Cittadella, dichiarava al Corriere della Sera “queste tesi sono quindi soprattutto sostenute da alcune aree psicologiche, mentre la società italiana di psichiatria non riconosce questo disturbo come una patologia. La Pas non essendo basata su studi fondati e replicabili e poggiando solo su supposizioni e senso comune, non sufficienti a definire una condizione patologica, non giustifica interventi terapeutici specifici. Com’è possibile, per una condizione non ascrivibile a disturbo, sindrome o malattia riconosciuta dal mondo scientifico, indicare una terapia?”

Dopo il clamore suscitato dagli ultimi episodi e le molteplici interpellanze che ne sono seguite da parte di più rappresentanti istituzionali, abbiamo fiducia che gli organi di controllo della magistratura sanzionino chi ha emesso decreti di allontanamento di minori da casa, senza valutarne i deleteri risultati, sotto gli occhi di tutti. Vanno inclusi nella condanna ai comportamenti di coloro che li hanno eseguiti, nel completo disprezzo del diritto inalienabile dei bambini alla salute e alla integrità psico-fisica.

Dobbiamo anche costatare che molti psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili così come avvocati assistenti sociali e pedagogisti, oltre a essere personalmente coinvolti nei procedimenti giudiziari e nelle decisioni che hanno portato a esiti aberranti, si impegnano professionalmente nella formazione e nella ricerca, avvalorando tesi che giustificano prassi violente, traumatiche e dannose per i bambini e gli adolescenti nonché per l’etica della prassi professionale, pratiche di trattamento che vanno sotto il nome di “reset”, come nel caso del piccolo di Pisa (8 anni) sottratto alla madre con metodi “nazisti” (ordinanza Cassazione n. 13217/2021): porte divelte, prelievo forzoso,  l’impiego di intere squadre di personale (15 unità, di cui 11 appartenenti alle forze dell’ordine).

Vorremmo qui segnalare che, già nel 1995, il Rapporto della relatrice speciale, Mrs. Radhika Coomaraswamy, alla Commissione dei diritti umani dell’ONU declinava in termini di tortura la violenza domestica, constatando che essa aderisce a quattro principi-base che la definiscono in quanto tale, e cioè: (a) provoca gravi danni fisici e/o dolore mentale (b) e intenzionalmente inflitta (c), ha finalità determinate e (d) coinvolge, in una qualche forma (attiva o passiva)  di partecipazione, le istituzioni statali (gli Stati che al minimo non ostacolano o non prevengono).

Dunque, la violenza istituzionale è da più di vent’anni riconosciuta come una vera e propria forma di tortura istituzionale. Questa equiparazione può essere applicata al prelievo forzoso e traumatico dei bambini – allo scopo dichiarato di allontanarli dalla loro madre e dal loro contesto di vita – nonché alle madri stesse torturate (a) nel dover stare lontano dai loro figli, senza vederli, sentirli, né avere notizie, per periodi di tempo indeterminati, e (b) soggette a limitazioni e restrizioni della loro libertà, in violazione dei loro diritti costituzionali e dei diritti umani sanciti dalla Corte Europea.

Continuiamo a chiederci a quale titolo simili trattamenti – di cui sono disponibili documentazioni inoppugnabili, malgrado gli sforzi tesi ad occultare i mezzi di persuasione adoperati, persino smantellando videocamere in spazi privati – vengano strenuamente applicati, fino ad aver ragione di un minore mediante l’uso della violenza fisica.

Giriamo di nuovo la domanda del professor Mecacci, a distanza di 9 anni, al nostro Ordine degli psicologi che a differenza dell’APA non si ancora chiaramente pronunciato a riguardo della PAS, tollerando che, tra i suoi scritti, si accreditino corsi e master che la avvalorano nelle sue varie denominazioni. Rimane, infatti, al di là del dibattito forse anche pleonastico sulla sindrome o sul comportamento alienante, la questione oggi di maggiore rilevanza, ovvero la conseguenza più offensiva per donne e minori: il trattamento coattivo da tutti definito inumano e degradante, espressione diretta delle teorie sull’alienazione parentale.

Questo trattamento è invocato, oramai, come prassi comune da padri (al 98% si tratta di padri) che non rispettano nei desideri né, ancora più importante, ai bisogni dei figli e che chiedono in ogni sede l’uso della coercizione per affermare un loro diritto. Ma, come ci dice anche la Cassazione, i sentimenti non sono coercibili e non si possono imporre. Può darsi che si ottenga con questi metodi sottomissione, che si ottenga obbedienza, perché di fronte alla violenza senza riparo, chiunque, soprattutto un bambino alla fine si piegherà per non soccombere, per puro istinto di sopravvivenza. La famosa Sindrome di Stoccolma per la quale si arriva anche ad “amare” il proprio aguzzino, è troppo nota per dover spendere altre parole sui – presunti – successi che i padri ottengono dopo aver esercitato il loro “diritti genitoriali”. E qui bisognerebbe aprire un altro discorso sui danni di una interpretazione pedissequa della legge 54 del 2006 sull’affidamento condiviso, che porta a storture che trasformano la nozione di diritto dei bambini in quella, totalmente opposta, di potere dei genitori sui figli.

Su questo tipo di trattamento coercitivo oggi è più che mai necessario intervenire e,  se spetta al Ministero della salute e al Ministero della giustizia porre la parola fine a un trattamento forzoso non inserito nella cornice legislativa del SSN, spetta invece all’Ordine degli psicologi, che vede i suoi professionisti implicati in questa vergognosa nazionale, dire una parola definitiva ai suoi iscritti affinché le prassi psicologiche tengano presente, come il Codice deontologico di ogni professione sanitaria prevede, il principio universale del “primum non nuocere”. Esso è iscritto nel dovere di cura della professione psicologica secondo forme e norme che non arrechino danni certi alle persone, mentre i corrispondenti benefici presunti non sono mai stati dimostrati. Per anni la psicologia ha combattuto per essere rispettata come scienza: oggi la psicologia italiana sta mettendo a rischio il suo profilo e la sua identità di conoscenza affidabile della psiche umana, sempre più additata come potere abusivo che inquina le aule giudiziarie con un sapere non scientificamente accreditato.

Per questi motivi, e riconoscendosi in un contesto di cure democratiche, rispettoso delle proposizioni scientifiche, de codici deontologici delle leggi dello Stato e delle Convenzioni internazionali, le firmatarie del Protocollo Napoli chiedono all’Ordine Nazionale degli psicologi di voler prendere in considerazione la loro grave preoccupazione, testimoniando la propria contrarietà e nominando ad horas una commissione d’inchiesta.

Tale Commissione ha la finalità di mettere in chiaro gli abusi messi in atto dai propri iscritti che aderendo a teorie derivate dalla PAS, giustificano e prescrivono il tipo di trattamento che ne consegue. Obiettivo della commissione è individuare chiunque utilizzi la professione psicologica per avallare – a scopi cosiddetti terapeutici – interventi improntati a tecniche forzose e imposte di de/condizionamento, reset, ecc. deontologicamente inammissibili e molto simili ai trattamenti utilizzati in contesti autoritari per ridurre le resistenze di dissidenti – nel nostro caso donne e minori – provocando evidenti traumi e sofferenze.

Fiduciosi in una risposta positiva dell’Ordine Nazionale degli Psicologi, le firmatarie del Protocollo Napoli.

Caterina Arcidiacono, psicologa e psicoterapeuta, Prof. Ord. psicologia clinica e di comunità – UNINA

Antonella Bozzaotra, psicologa e psicoterapeuta, Dirigente ASL Na 1 Centro

Gabriella Ferrari Bravo, psicologa e psicoterapeuta, Presidente Aps Psy-com

Elvira Reale, psicologa e psicoterapeuta responsabile del Centro Dafne AORN Cardarelli

Ester Ricciardelli, psicologa psicoterapeuta, Dirigente ASL Na 1 Centro”.