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di Martina Grandori

Litigare? Sicuramente è un’attività che non subisce defalcate. Litigare, discutere, prendersi a male parole, insultare è, tristemente, un linguaggio ormai sdoganato. È lo specchio della poca cultura dell’uomo contemporaneo, l’espressione di quel poco sapere frettoloso che si assume leggendo a gran velocità opinioni e fatti da uno schermo minuscolo. “Contrastare con parole vivaci, irose e talvolta aspre e ingiuriose, soprattutto per far valere o per imporre le proprie ragioni” riporta il dizionario Treccani.

Secondo l’ultima indagine Piaac-Ocse, il 28% della popolazione italiana tra i 16 e i 65 anni non è in grado di raggiungere un adeguato livello di comprensione e analisi di un discorso complesso, le persone hanno sempre meno pazienza e tempo da dedicare all’approfondimento della notizia o del fatto in sé, si cerca di far proprie più informazioni possibili nel minor tempo possibile, meno faticoso e permette ugualmente di interloquire nei dibattiti tv e sui social, le discussioni in caps lock su Facebook corrispondono alle urla da talk show.

Nei periodi di crisi, la rabbia, la violenza, il litigare sono la normalità, tanto si insulta senza guardare negli occhi il proprio interlocutore e il tutto risulta molto più facile. “Una trasposizione delle liti, delle famigerate risse in diretta tv degli anni Novanta” secondo Giovanna Cosenza, docente di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna e membro della task force messa in atto dal governo per ovviare al problema dell’odio sul web. Giancarlo Carofoglio nel suo Della gentilezza e del coraggio. Breviario della politica e di altre cose (Feltrinelli) spiega nel suo libro come un bravo comunicatore debba in primo luogo avere qualcosa da traferire al suo pubblico, che siano esperienze, valori, storie o aneddoti e deve comunicare in maniera pertinente, costruendo il suo discorso su basi solide, non manipolando o ingannando, esempio principe Donald Trump.

La discussione, se affrontata in un certo modo, consente al dialogo fra le parti di progredire, consentendo al pubblico di farsi un’idea dell’argomento con elementi solidi alla base dell’argomentazione. Carofoglio cita anche Eraclito e il suo famoso pòlemos, padre di tutte le cose, la guerra – in tutte le sue forme, è l’unico arbitro della vita, in particolare di tutto ciò che riguarda la commedia umana. Sono passati 2000 anni da questo vessillo di Eraclito, il conflitto non va letto come situazione solamente negativa, a patto che quello scontro di opinioni diverse arrivi ad una sintesi che mette in luce diversi punti di vista, mettendo a sua volta in luce il fatto che non esiste un unico, giusto modo di vedere le cose. È così che andrebbe inteso il famigerato dibattito.

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