di Stefano Sannino

 

Il colore, si sa, è da sempre un simbolo di spensieratezza e di leggerezza, tanto nel mondo della moda quanto in quello dell’arte in genere. Spesso contrapposto al total black, ultimo bastione della serietà portata ai suoi estremi, il colore è invece da sempre utilizzato e ri-scoperto in quei momenti storici che seguono a grandi catastrofi o cambiamenti sociali. Ecco la tesi che il professore Eugenio Gallavotti ha presentato nel suo nuovo libro La teoria dei colori. Stile & società a contrasto (Franco Angeli), testo che aiuta a comprendere non solo l’evoluzione dell’utilizzo del colore nell’universo guardaroba, ma anche a riscoprire – se vogliamo – un aspetto inedito della psiche umana. È evidente, ci riporta l’autore, come dopo ogni periodo storico particolarmente difficile – pensiamo agli anni Trenta, al dopoguerra o agli anni dopo la crisi del 2009 – vi sia di necessità la scoperta di colori, stampe e nuance particolarmente sgargianti che impattano decisamente sulla mentalità di chi le indossa o le vede, camminando per strada. Ma non solo: parlando con il sociologo Francesco Morace, l’autore si è anche accorto – come da lui stesso riportato – che l’utilizzo di queste “nuance da favola” e di questi colori particolarmente importanti serva a tenere particolarmente alta l’attenzione del pubblico. 

E se dunque l’impiego del colore segna un ritrovato ottimismo nella società che prende consapevolezza di essere pronta a ripartire, il total-black dovrebbe segnare, logicamente, la tendenza opposta. L’impiego del nero, attestato già dalle prime collezioni di Balenciaga ed importato dall’Oriente con i lavori di Issey Miyake e Yohji Yamamoto non corrisponde in realtà ad un pessimismo storico-sociale e dunque ad una visione più negativa della realtà: esso, il non colore per eccellenza, è invece impiegato – al pari di tutti gli altri colori – per gridare qualcosa, per comunicare con coloro che ci circondano. 

Pensiamo, per esempio, a quanti professionisti utilizzassero il nero negli anni Ottanta, indossandolo come fosse una vera e propria divisa ed uno status symbol. Fu poi con l’utilizzo del nero nelle collezioni di stilisti come Prada e Jil Sander che questo non colore divenne un vero e proprio status sociale, contrapposto alla sgargiante colorazione della stravaganza televisiva in ascesa in quegli stessi anni. Il nero dunque attesta, al pari di tutti gli altri colori un vero e proprio movimento sociale, che a sua volta rende palesi delle esigenze psicologiche, emotive e storiche che altrimenti non sarebbero libere di esprimersi. Cosa bisogna aspettarsi dunque dalla moda post-pandemica? 

L’autore, su questo, non ha dubbi: una decisa riscoperta del colore – già preannunciata da Gucci – ed una massima espressione di quell’ottimismo di qui tanto abbiamo bisogno.