Uno dei punti più importanti della riforma costituzionale che dovremo votare il 4 dicembre è la modifica sostanziale della natura e del ruolo del senato della repubblica. Con questo provvedimento si intende superare il bicameralismo perfetto, trasformando il senato in un organo di rappresentanza dei poteri locali. Un’idea in sé non errata, ma attuata in modo poco costruttivo e poco sensato.

Il bicameralismo perfetto è un sistema ridondante, dove le due camere hanno gli stessi compiti e poteri. Questo sistema fu figlio, a suo tempo, degli scontri interni alla costituente tra le diverse anime della stessa (tra i padri costituenti c’erano liberali, cattolici, comunisti…). Fin da subito, però, esso fu criticato e furono diversi i politici, di varie estrazioni, critici nei confronti di questo modello. Tra questi possiamo citare Nilde Iotti (PCI). Che si voglia cambiare questo sistema non è strano e nemmeno sbagliato, ma ciò non significa che qualunque cambiamento vada bene.

L’attuale riforma del senato ha almeno tre punti deboli che mi portano a valutarla in modo negativo.

Prima di tutto il fatto che i senatori siano anche amministratori locali rende difficile per gli stessi svolgere il loro compito in modo attento, dovendo dividersi tra il loro territorio e Roma. Inoltre l’accumulo di cariche e quindi di potere è sempre da evitare, per non creare rischi di corruzione e clientelismi che in Italia sono fin troppo comuni. Una cosa sensata sarebbe avere senatori che svolgano un ruolo di “anello di congiunzione” tra gli amministratori locali e lo stato centrale, senza però ricoprire essi stessi le cariche locali. In questo modo si avrebbe un contrappeso di potere atto a limitare il possibile impatto di corruttele e inciuci. Altrimenti si rischia che problemi locali influenzino la vita dell’intera nazione divenendo molto più importanti di quel che sono.

Il secondo punto debole è la modalità di nomina dei senatori, che non saranno più eletti dal popolo, ma nominati dagli enti locali, che sceglieranno chi mandare a Roma in loro rappresentanza. In questo modo si rischia che non siano mandati i più capaci, ma coloro che meglio garantiscono gli interessi particolari di partiti e cordate varie, trascurando così il bene comune in nome di privilegi, giochi di poltrona e interessi personali. Senza considerare il rischio concreto che siano scelti per la carica di senatore persone indagate, al fine di salvarle dalla giustizia con l’immunità. Un rischio, questo, molto concreto vista l’abbondanza di indagati per reati vari all’interno dei nostri partiti.

Riguardo la nomina dei senatori, riteniamo di dover smentire una bufala che gira in questi giorni di concitata campagna elettorale, ovvero quella voce secondo la quale agli amministratori delle regioni a statuto speciale sarebbe impedita la partecipazione al senato poiché i loro statuti prevedono l’impossibilità di cumulare due cariche. Ora, il testo della riforma non parla delle regioni autonome in modo separato alle altre regioni, ma prevede le stesse regole per tutti. Fa eccezione il Trentino, con le sue due province autonome, che vengono espressamente citate nel testo. Ora, ammesso che la norma sull’impossibilità di cumulare le cariche esista, essa non ha pari dignità rispetto alla costituzione e per tanto, qualora la riforma fosse approvata, tale norma decadrebbe.

Il terzo punto riguarda la presunta maggior velocità nel proporre e approvare leggi e la rimozione del rischio di stallo dovuto alla presenza di maggioranze diverse nelle due camere. Oggi, in effetti, può capitare che alla camera e al senato ci siano maggioranze diverse, a causa della diversità degli elettori delle due camere. Il senato, infatti, è eletto da coloro che hanno compiuto almeno venticinque anni, mentre la camera da coloro che ne hanno compiuti almeno diciotto. Il voto dei ragazzi tra i diciotto e i venticinque anni si è rivelato più volte determinante nello stabilire la maggioranza della camera. Quando ciò accade, il governo, che deve avere la fiducia di entrambe le camere, può essere in grande difficoltà, avendo magari l’appoggio della camera, ma non del senato, o viceversa.

La riforma prevede che solo la camera debba dare la fiducia al governo, evitando il rischio di stallo per questa ragione. Il problema delle diverse maggioranze non è però del tutto risolto. Il senato, infatti, rappresentando i poteri locali potrebbe avere una maggioranza anche molto diversa da quella della camera, il che potrebbe dar problemi nell’approvazione delle leggi, visto che i senatori hanno il diritto di impugnare le leggi e rimetterle in discussione (anche se non su tutti i temi). In un paese civile questo porterebbe a una maggior democraticità del processo decisionale, tanto che alcuni paesi hanno strutturato le proprie istituzioni in modo tale che i diversi organi possano avere maggioranze diverse, per creare quei contrappesi utili a controllare il potere. È il caso degli USA dove la camera dei rappresentanti è eletta ogni due anni, il governo (con il suo presidente) ogni quattro e il congresso ogni sei. In un paese fazioso come l’Italia però, dove l’opposizione si pone sempre e comunque contro qualunque cosa faccia la maggioranza, indipendentemente dalle idee, questo può causare infiniti problemi, ritardi, liti.

Insomma, questa riforma è, nelle modalità, un grande pasticcio. Forse anche per il modo in cui è stata scritta e proposta. Forse sarebbe stato il caso di aprire una nuova costituente e far scrivere il testo riformato da persone di provata cultura giuridica e non solo, in modo da evitare pastrocchi e ingenuità. Ma così non è stato fatto e il testo presenta tutta la superficialità e la mancanza di preparazione di coloro che l’hanno voluta e scritta.

Enrico Proserpio