di Francesco Della Corte

 

Sul tipico dolce pasquale di Napoli,  a base di pasta frolla, ricotta e grano, ossia la famosissima pastiera, son tante le leggende e le storie che lo circondano tra miti pagani e storie cattoliche, tramandate per generazioni.

La più suggestiva è senz’altro quella che lo vuole addirittura creato dalla sirena Partenope, che non fece altro che far cullare e mescolare dal mare, un paniere ricolmo di grano, farina, ricotta, zucchero, frutta candita, spezie ed odori, che gli erano stati donati dai villaggi circostanti, per ringraziarla di aver scelto come propria dimora il magico golfo, fondando così Napoli. Ed è questo il motivo per cui la pastiera venga anche definita come il dolce dei pescatori.

Ma la storia più recente però, vuole che la pastiera, così come molti altri dolci napoletani, sia nata durante un convento religioso tra il XV e il XVI secolo, dove una suora di San Gregorio Armeno, zona conosciuta in tutto il mondo per i suoi presepi meravigliosi, volle assemblare un dolce che simboleggiasse con i suoi ingredienti ed i suoi profumi, la Pasqua dei cristiani.

La pastiera per molti è anche il dolce del sorriso, infatti si narra che l’imperatrice  Maria Teresa D’Austria, madre tra l’altro di Maria Antonietta (regina di Francia) e Maria Carolina (regina di Napoli), non fosse dotata di una spiccata allegria, ma un giorno esortata dal marito, rinomato buongustaio, a degustare una fetta del dolce partenopeo, incominciò a sorridere di gusto, e da qui nacque la famosa esortazione napoletana al sorriso ed all’ottimismo, “ magnatella na risata” ossia mangiati una risata.

Nel tempo la notorietà della pastiera si è diffusa, oltrepassando le frontiere cittadine e regionali, diventando di diritto uno dei dolci pasquali per eccellenza. Come accade per tutti i cibi iconici, anche la pastiera è stata reinterpretata: tante varianti in base alla zona, le modifiche sia per l’aggiunta di alcuni ingredienti e sia per la lavorazione. La cilentana, variante che sostituisce il fiore d’arancio, con la cannella, oppure la variante aversana, che oltre alla ricotta ed al grano aggiunge la crema pasticciera, poi abbiamo la variante moderna, quella per palati più delicati, che vogliono tutti gli ingredienti frullati finemente in modo da non sentire al palato possibili grumi od il grano intero e così via, anche perché zona che vai, pastiera che trovi!

A seconda dei gusti, ognuno apporta qualche modifica a piacimento, anche in base ai prodotti autoctoni, ma quello che non muta mai è la bontà derivante dalla raffinatezza degli accostamenti degli ingredienti utilizzati.

Resta invece universale, sia che cui si trovi a Napoli o a New York, il messaggio che la pastiera ha intrinseco: pace e bontà, quella fatta di pochi e semplici ingredienti freschi e squisiti.