di Mario Alberto Marchi

Esistono nicchie della nostra economia, sconosciute ai più e – purtroppo – poco note forse anche agli addetti ai lavori. Categorie che in realtà contraddistinguono in modo particolare alcuni rami produttivi, sulle quali sarà bene che i progetti di rilancio post covid concentrino l’attenzione dovuta. Una di queste è la categoria artigiana dell’Autoriparazione, insomma le officine preso le quali abitualmente portiamo le nostre automobili. Sembra tema marginale per un articolo di economia? Prima di giudicare è meglio guardare i numeri. L’Autoriparazione conta 92.131 imprese registrate, di cui 70.812 hanno le caratteristiche di imprese artigiane. In termini di l’occupazione, l’Autoriparazione fa registrare 206.533 addetti di cui 203.125 in micro e piccole imprese: la concentrazione nelle unità locali con meno di 50 addetti è pari al 98,4%. In termini di ricavi, le stime parlano di un volume di 15 milioni di euro.

Nel corso del 2020 si stima che la crisi conseguente alla pandemia abbia provocato una perdita di ricavi per il settore dell’Autoriparazione pari al 12,0% e quantificabile in 1.797 milioni di euro in meno. Sul calo dei ricavi hanno gravato principalmente tre fattori: la ridotta mobilità conseguente ai provvedimenti restrittivi, l’intensificazione del lavoro a distanza e in generale la contrazione dei redditi delle famiglie. La cosa curiosa (e da tenere bene in considerazione) è che la diffusione capillare delle imprese artigiane di riparazione e manutenzione di auto pare essere una caratteristica tutta italiana, che resiste anche al sistema diffuso di assistenza tecnica diretta da parte delle case automobilistiche. Nel confronto internazionale, rifacendosi ai dati diffusi da Eurostat ed elaborati da Confartigianato, risulta che il peso del settore dell’autoriparazione nel totale del sistema produttivo italiano è più alto che in tutti i maggiori paesi europei.

Nel nostro Paese, il numero degli occupati nel settore della manutenzione e riparazione di autoveicoli è l’1,3% del totale occupati delle imprese, ben superiore alla media dell’Un ione Europea dell’1% netto: nel confronto con le altre economie nazionali la differenza è dello 0,2 punti in più rispetto all’1,1% della Spagna, di 0,4 punti superiore allo 0,9% della Germania e di ben 0,5 punti superiore allo 0,8% della Francia. In tutto questo, vanno rilevate alcune caratteristiche, che rischiano di essere anche criticità se non sostenute. Innanzi tutto, l’alta specializzazione che però risulta poco sostenuta da un aggiornamento tecnico sistematico, in genere affidato alla buona volontà del povero artigiano; poi la forte potenzialità di accesso da parte di giovani, inseriti frequentemente come apprendisti: una capacità di assorbimento alla quale va dato valore e sostegno.