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di Stefano Sannino

Secondo la definizione antropologica, la cultura è quell’insieme di prodotti materiali e non, che l’uomo produce in quanto animale sociale. In tal senso, forse, nessun oggetto può rappresentare la nostra cultura meglio della casa. In questo anno di lockdown forzati, abbiamo tutti vissuto di più nelle nostre case, scoprendone lati nascosti ed apprezzandone il significato simbolico che queste rappresentano per ciascuno di noi. Nelle nostre case viviamo, mangiamo, amiamo; godiamo, cioè, di quel progetto che sta alla base della loro costruzione, della loro realizzazione.
Come dice il celebre antropologo inglese Tim Ingold, quello che distingue la casa dalla tana animale è proprio la progettualità che sta alla base della prima, una progettualità in eterno cambiamento, in eterno divenire. Mentre infatti l’animale costruisce la sua tana in modo automatizzato e senza prendere decisioni, seguendo le basi genetiche del suo stesso istinto, la costruzione di una casa umana necessita di decisioni quotidiane ed è pertanto legata naturalmente al cambiamento. Una casa, non rimane mai la stessa: cambia la forma, la struttura, l’arredamento, la funzione. Tutto cambia, perché anche l’uomo che l’ha progettata cambia, perché cambia la società, cambia la cultura, cambia il mondo che la circonda. Dopotutto, il concetto stesso di cultura, di cui la casa abbiamo preso come simbolo, è legato a quello di trasformazione. La sua etimologia, dal latino colere significa sì costruire, ma modificando lo stato iniziale del terreno dove si costruire la propria abitazione, dove si coltiva il proprio campo.
E allora la casa, da sempre intesa come simbolo di stabilità e di certezza, in realtà non è altro che un simbolo di cambiamento, di incertezza, di instabilità: un’instabilità però in cui tutti noi troviamo riparo nei momenti più difficili e più felici, quando siamo in solitudine o in compagnia, quando ricerchiamo la pace, in quell’evidente ed eterna evoluzione che si manifesta nel luogo in cui viviamo.

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