di Susanna Russo

 

Ivan Castiglione nasce a Napoli nel 1973. E’attore teatrale, televisivo, cinematografico, e autore.

È ideatore e protagonista, nel ruolo di Roberto Saviano, della versione Teatrale di “Gomorra” di Saviano stesso, con cui vincerà il Golden Graal come migliore attore protagonista italiano del 2008. Nel 2015 è il primo attore italiano a lavorare per il prestigioso National Theatre of Scotland, dove è coprotagonista di “The driver’s seat” per la regia di Laurie Sansom. Collabora con artisti come: Claudia Cardinale, Giorgio Albertazzi, Roberto Saviano, Ugo Pagliai, Nello Mascia, Gianfranco Funari, Beppe Ferrara, Caterina Guzzanti, Corrado Guzzanti, Stefano Reali, Pasquale Squitieri, Paola Gassman, Antonio Calenda, Aldo Nove, Alessandro Piva, Luigi Di Berti, Daniele Luchetti, Nicolai Lilin, Ricky Tognazzi, Alessandro D’Alatri, Mario Martone.

Tra le sue interpretazioni teatrali: nel 2004 è “Candido” nell’omonimo spettacolo di Andrea Liberovici; nel 2005 è Mefistofele in “Urfaust” accanto ad Ugo Pagliai. Nella stagione 2006, ha interpretato il ruolo di Tom ne “Lo zoo di vetro” al fianco di Claudia Cardinale. Nel 2010 è tra i protagonisti di “Santos” tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Nel 2014 è coprotagonista di “Educazione Siberiana” di Nicolai Lilin per il teatro Stabile di Torino. Vince il Premio Scenario 2005 (Sez. Ustica) con lo spettacolo teatrale “Quattro”.Vince il premio Fringe di Napoli nel 2015 con lo spettacolo “Bambolina”. Alterna ruoli in varie fiction televisive tra cui: “Un posto al sole”, “Eravamo solo Mille”, “Carabinieri”, “Centovetrine”, “Il grande Caruso”, “Ultimo 4”, “Boris Giuliano”, “Sottocopertura 2”, “Non dirlo al mio capo 2”, “I Bastardi di Pizzofalcone 2,” Rosy Abate 2”. Al cinema lavora nei film “Guido che sfidò le Brigate Rosse”, “Quelle piccole cose”, “Il caso Siani”, “Drosera”, “Cercando Maria”, “Notte Tempo”, “Perez.” e “Milionari” in concorso al Festival del cinema di Roma nel 2014, Scarlett. E’ nel cast di “Anni felici”, un film di Daniele Luchetti. E’ tra i protagonisti de “La Paranza dei Bambini” di Roberto Saviano e Mario Gelardi e de “Il Sindaco del Rione Sanità”, di Eduardo De Filippo, nel ruolo di Arturo Santaniello per la regia di Mario Martone.

È tra i protagonisti dello spettacolo musicale “Spacciatore” di Pierpaolo Sepe per il Teatro Nazionale di Napoli.

 

 Partiamo dal Teatro, che è in qualche modo la culla della tua carriera d’attore.  È ormai da più di un anno che i teatri sono chiusi. E sono ormai 10 giorni che il Piccolo Teatro di Milano è stato occupato per protestare contro le mancate tutele ai lavoratori dello spettacolo in fase pandemica. Verrebbe voglia anche a te di occupare un teatro in questo momento? Sei anche tu un attore arrabbiato?

«Io incredibilmente ho avuto la fortuna di lavorare in teatro anche durante la pandemia, sia nei brevi momenti in cui i teatri sono stati riaperti, sia dopo la loro chiusura, con sessioni di prove. Mi sentirei quindi un ipocrita a definirmi “arrabbiato”, perché a me è andata bene, e riconosco di essere un’eccezione. Sono però molto legato ad alcuni Teatri della mia città, che non sono stati messi in condizione di continuare la loro attività artistica e produttiva. Questo mi fa arrabbiare: che sotto la punta dell’iceberg, costituita quasi esclusivamente da un’élite di Teatri Stabili delle varie città, ci siano una miriade di realtà che non sono in nessun modo tutelate, e poi anche che una riapertura decisiva non ci sia mai stata. Tutto questo sì, mi rende un po’ amareggiato.»

 

 

I teatri sono chiusi. Ma fortunatamente le produzioni televisive e cinematografiche non si fermano. Cosa vuol dire lavorare su un set in tempi di Covid-19?

 «È molto difficile. Vivi con la paura di ammalarti, ma non tanto per la malattia in sé, che è comunque una paura sana e legittima, ma per il fatto che ammalarsi, ora come ora, significa perdere il lavoro, o comunque creare un grande disagio alla Produzione. Inoltre, il mio lavoro è un lavoro di contatto, di scambi fisici ed emotivi, cosa a cui da un anno a questa parte ci stiamo, per forza di cose, disabituando. Portare sulla scena un momento intimo nel 2021, richiede uno scarto in più. Ci tengo comunque a precisare che ogni volta che mi trovo su un set non posso che essere felice, perché è sempre un’opportunità di lavorare, ma anche di portare avanti il mio modo di essere.»

 

 

La pandemia ha travolto l’esistenza di chiunque, ed umanamente ha avuto un’incidenza, più o meno impattante, su ognuno di noi. Ha avuto un’influenza anche sul tuo modo di fare arte?

 «Mi dico che dopo gli ultimi mesi che abbiamo passato, ora ci sia bisogno di semplicità. Il Teatro ha da sempre il compito di comunicare e trasmettere emozioni agli spettatori, ma ora più che mai, c’è la necessità di arrivare in modo chiaro e diretto. E poi sì, c’è grande bisogno di storie semplici, in cui il pubblico possa identificarsi nell’immediato; trame che possano fare da contenitore alla sensibilità degli spettatori, perché penso che ora ne abbiano più bisogno di sempre. Questo sicuramente influenzerà quelle che saranno le mie scelte teatrali e cinematografiche. Vorrei però aggiungere anche una cosa che riguarda me personalmente: se il pubblico dovrà riuscire a trovare un luogo sicuro a cui affidare la sua sensibilità, per noi attori è e sarà lo stesso. Mai come ora mi sento carico di emotività, che si intensifica nel tragitto casa-lavoro passato a respirare nella mascherina, ma anche a provare gratitudine, perché nonostante tutto io, il tragitto casa-lavoro, non ho mai smesso di farlo. E se da un lato sento la necessità di regalarla, tutta questa energia emotiva, dall’altro devo fare anche un importante lavoro di contenimento.»

 

 

Come pensi sarà il Teatro post Covid-19?

«A Napoli, quando fai un bello spettacolo, una buona performance, si dice “se n’è caruto o’ teatro”, cioè “è caduto, se n’è venuto giù il teatro”, per dire che gli applausi sono stati così scroscianti, che il teatro è stato lì lì per crollare. Quando tutto questo finirà, faremo ed assisteremo agli spettacoli con tanta emozione da far crollare i teatri.»

 

 

Sei stato il primo attore a lavorare al National Theatre of Scotland, dove hai tra l’altro riscosso molto successo? Perché in Italia, a differenza che in altri Paesi, il teatro ha un ruolo ormai così marginale?

«Questa domanda richiederebbe una risposta molto lunga. Io ho avuto la fortuna di lavorare nel Regno Unito, e lì, in quanto artista, sei ancora al centro del mondo. Devo dire che in Italia, fino al 2012, c’era ancora grande attenzione per il teatro, attenzione che nel resto d’Europa ancora c’è. Ho fatto spettacoli in Francia, Germania, Scozia, e lì il Teatro è ancora al centro di una socialità. Credo derivi da scelte politiche che non hanno saputo sostenere e promuovere la cultura. Prima c’era un’attenzione per la critica. In Inghilterra gli spettacoli fanno tournée perché hanno 5 stelle sul “The Guardian”, e per quello la gente va a vederli.  In Italia questo non esiste più. Un tempo, uscito dal teatro dopo uno spettacolo, attendevo la pubblicazione delle critiche, perché da quello sarebbe dipeso il suo successo. La gente pensa che il Teatro sia vecchio e noioso, ma, dal mio punto di vista, se la gente andasse a vedere certi spettacoli, in certi teatri come il Nest, il Mercadante, il Bellini, il Nuovo Teatro Sanità a Napoli, con certi attori/registi come Valerio Binasco, o di certe realtà come Carrozzeria Orfeo, la gente si ricrederebbe.»

 

 

Hai debuttato in teatro nel 1996, e da allora hai avuto la fortuna di recitare con grandi artisti, tra cui Claudia Cardinale e Giorgio Albertazzi. Cosa ti manca del Teatro di quegli anni?

 «Mi manca che nel 2006, alla Prima della stagione dell’Eliseo con Claudia, c’era tutto il Governo. Mi manca che finisce lo spettacolo e io euforico, dietro le quinte, abbraccio intensamente Fausto Bertinotti, allora Presidente della Camera, pensando che fosse Nino, il Direttore di Scena. Oppure mi ricordo del Teatro Valle, dove ho debuttato con “Gomorra”, e mi manca quell’entusiasmo, quell’emozione, quel calore da parte del pubblico, un pubblico che si incuriosiva e si interrogava. Ora tutto questo mi sembra molto lontano. Capita ancora ogni tanto, ma è molto raro. Ai tempi, le Prime di Binasco o Ronconi erano una sorta di rito, a cui prendevano parte tanti attori nel ruolo di spettatori, c’era un movimento, e c’era una magia. Bisognerebbe riaccendere i riflettori su quella magia lì, e io ancora spero che possa accadere.»

 

 

Nonostante abbiamo portato a galla grandi criticità legate al Teatro, e al periodo buio che sta attraversando, si legge una grande positività nelle tue risposte.

 «Ma perché voglio essere positivo.  Non voglio parlare del mio lavoro con criticità e negatività, già “simm’ inguaiati”!  È vero, metto in luce io per primo le difficoltà che ci sono, ma poi sono pronto a lavorare, a sporcami le mani e a faticare ancora oggi. Io ogni volta che sono in attesa dietro le quinte, mi sento contento. Mi guardo intorno, osservo la graticcia, le quinte, e ancora come il primo giorno, dico: ‘grazie, sono riuscito a vivere di questo mestiere per tanti anni’.»