di Mario Alberto Marchi

L’ultima frontiera – e anche la più controversa e improbabile – è la didattica a distanza, ma tutti gli studi statistici dicono che anche dopo l’uscita dall’emergenza covid, una parte considerevole del lavoro si sposterà sul remoto. A parte resistenze colturali e altre legate a dinamiche produttive oggettive, anche laddove la rivoluzione smart sarà applicabile, siamo davvero pronti? Al momento, la risposta è negativa, non fosse altri che per il ritardo con il quale ci approcciamo rispetto ad altri Paesi. Intendiamoci, pochi possono dire di avere già predisposto mercato, risorse e norme, a molti perlomeno già avevano provato a immaginare il cambiamento.

Lo studio The voice of the European workforce di Deloitte, fotografa lo stato dell’arte al 2015, ma rimane attuale, visti che altri indicatori ci dicono che tutto era rimasto sostanzialmente stabile fino alla pandemia. La media dei lavoratori stabilmente in Smart Working era del 5%, con l’Italia ferma al 3,6%; ogni anno si è registrato un aumento medio del 3%, fino al 2020, quando il 37% degli europei si è ritrovato tecnicamente nella possibilità di lavorare da remoto, con un dato per l’Italia migliorato, ma ancora sotto, con il 33%.

Fin qui le potenzialità, ma sull’impiego effettivo, i numeri sono quelli di Eurofound and International Labour Organisation, che danno il nostro paese drammaticamente all’ultimo posto. In testa la Danimarca, con l’8,9% della forza lavoro stabilmente impiegata in remoto. Noi siamo al 5%. Ci supera di una posizione anche la Grecia, con una percentuale di lavoratori stabilmente impiegati in remoto tripla, 1,5%. Certo, il problema sta anche nella politica che è chiamata a predisporre quadri normativi precisi. In questo senso non solo noi, ma tutta l’UE, ha da imparare dalla sua ex compagna di Unione, la Gran Bretagna. Da anni, si parla di Flexible Working Regulation. Tutti i dipendenti possono richiedere il lavoro da casa, il part time, la settimana di lavoro corta con maggiorazione delle ore quotidiane o orari flessibili individuali. C’è anche una riforma totale della Pubblica Amministrazione prevista entro il prossimo 2022, tutta incardinata attorno allo smart working.

Intendiamoci, da Londra non solo noi abbiamo imparato poco: perfino la virtuosa ed esemplare Germania, pur godendo di una situazione decisamente migliore di quella italiana (setta posizioni avanti), ha i suoi problemi. Solo, 1,4% dei lavoratori svolge stabilmente ruoli smart, però almeno il governo tedesco ha quasi pronta una legge che preveda fino a 24 giorni di lavoro agile per i settori che lo consentono. Da noi tutto è disciplinato dal una legge del 2017 che consente lo smart working su accodo tra le parti. Ma prevederlo, organizzarlo e magari istituirlo è tutta un’altra cosa.