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sabato, 24 Febbraio, 2024

INGLESE SÌ, CINESE NO. L’ipocrisia perbenista al tempo del Covid

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di Gabriele Rizza

Le prime pagine dei giornali e i servizi d’apertura dei Tg ripetono come un mantra di stare attenti alla nuova mutazione del virus rintracciata in Inghilterra, fino al 70% più contagiosa ma non più pericolosa e soprattutto non resistente ai vaccini che dal 27 dicembre verranno forniti alla popolazione. Si è detto di tutto e di più riguardo questa mutazione, un paio di cose però sono certe e sottaciute dai media: non è la prima mutazione del Covid (anzi, ce ne sono svariate) e non vi è alcuna certezza che la mutazione sia effettivamente avvenuta in Inghilterra. Semmai è giusto dire che è stata rintracciata in Inghilterra – Paese guarda caso molto attivo nel cercare le mutazioni del virus – che è cosa molto diversa.

Fa però comodo ai media scansare la scienza e ribattezzare la variante come “inglese”. Fa comodo in questo periodo natalizio, perché fa sentire alla popolazione il pericolo molto più vicino geograficamente e culturalmente, in modo che le festività sospese siano più sopportabili dagli italiani. Una forma di controllo alla quale siamo ormai tristemente abituati in Italia: puntare sulla paura e sul senso di colpa dei cittadini, così da togliere l’attenzione al disastro economico e all’inefficacia della prevenzione. Del resto, Naom Chomsky lo dice chiaramente nel suo Media e potere: la prima forma di controllo è far sentire in colpa l’individuo, perché la colpa tramortisce la voglia di agire e reagire. Per questo motivo è da apprezzare molto di più la schiettezza istituzionale di Angela Merkel, la quale ha semplicemente annunciato mesi durissimi per i tedeschi.

E poi l’Inghilterra porta con sé un peccato capitale: la Brexit, peraltro in vigore dal prossimo gennaio. Durante il 2020 ogni occasione è stata buona per attaccare il premier Boris Johnson, qualche giornalista di successo ha addirittura goduto quando ha lottato contro il covid. Eppure, contro la socialdemocratica Svezia nessuno ha detto nulla quando seguiva con ancora più decisione la politica dell’immunità di gregge. Inglese sì, cinese no. Donald Trump, come Johnson, è stato massacrato quando ha definito ha definito il covid “virus cinese”, ora però nessuno è cattivo nel chiamare il virus inglese. Se non era giusto chiamarlo cinese ieri, non è giusto chiamarlo inglese oggi. È una questione di rispetto anche verso noi italiani: non dimentichiamo di quando a marzo tutto il mondo ci vedeva come degli untori. È davvero vile da parte della nostra stampa mettere ingiustamente in cattiva luce il popolo inglese.

Il Covid non deve diventare anche un regolamento di conti culturale e ideale, la solita linea di demarcazione tra buoni e cattivi, tipica dell’infantilismo “liberal”.

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