di Alessandro Giugni

Dal 2020 a oggi l’economia mondiale è stata pesantemente colpita da una serie di eventi susseguitisi senza intervallo alcuno: dapprima la pandemia, poi un’inflazione galoppante e, infine, la guerra tra Russia e Ucraina. Particolarmente danneggiata dagli eventi poc’anzi ricordati è stata sicuramente l’economia italiana. Un primo segnale di ciò ci viene fornito dalle elaborazioni di OCSE ed Eurostatrelativi alle variazioni del reddito medio degli italiani dal 2019 al 2020 (clicca qui per i dati completi). Se nel 2019 tale dato si attestava su un valore pari a $. 37.800 (circa €. 35.000), nel 2020 si è registrata una pesante flessione, con il reddito medio crollato a $. 29.818 (circa €. 27.000). Nonostante sia evidente la drastica riduzione del salario mediamente percepito dai cittadini italiani, la ricchezza netta delle famiglie italiane (intendendosi con “ricchezza” il valore di tutte le attività patrimoniali, reali e finanziarie, che garantiscono ai soggetti che ne sono proprietari un beneficio economico), alla fine del 2020, è arrivata a toccare €. 10.010.000.000, un dato questo in crescita dell’1% rispetto a quello registrato nel 2019. Analizzando i dati ISTAT (clicca qui per i dati completi), si evince come la principale fonte di ricchezza lorda sia rappresentata dalle proprietà immobiliari (le quali continuano a essere la primaria forma di investimento delle famiglie italiane) per un valore pari a €. 5.163.000.000. Seguono le attività finanziarie, le quali, grazie all’aumento delle riserve assicurative e dei depositi, sono arrivate a sfiorare i 5 miliardi di euro.
In base a quanto poc’anzi enunciato, si può facilmente desumere come la ricchezza netta delle famiglie italiane, alla fine del 2020, fosse pari a 8,7 volte il reddito disponibile, dato questo in linea con quanto registrato in Paesi quali Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Stati Uniti.
Nel momento in cui, però, la ricchezza delle famiglie italiane viene misurata in rapporto alla popolazione, l’allineamento con i Paesi predetti viene drasticamente meno. In Italia, infatti, dal 2012 al 2020, tale dato ha subito una forte contrazione a causa di una molteplicità di fattori, quali, a titolo di esempio, la forte disoccupazione giovanile, la quasi totale assenza di prospettive di crescita, la bassa natalità e il livello eccessivamente basso dei salari.
Con riferimento alla disoccupazione, i dati ISTAT del Marzo 2022 (clicca qui per i dati completi) evidenziano, sì, una riduzione dello 0,2% della disoccupazione generale (che si assesta all’8,3%), ma, al contempo, mettono in luce la preoccupante situazione dei giovani, considerando che proprio la disoccupazione giovanile è salita al 24,3%.
Il fenomeno della disoccupazione risulta inscindibilmente connesso a un altro fattore poc’anzi citato, ossia i salari eccessivamente bassi a fronte di un’inflazione galoppante. La pressoché totalità dei Paesi UE, al fine di fare fronte a un’inflazione che, nell’Aprile 2022, ha sfiorato il 7,5%, ha provveduto a ritoccare verso l’alto gli stipendi con un aumento medio del +3%. In Germania, ad esempio, la Industriegewerkschaft Metall (meglio noto come IG Metall, ossia il Sindacato Industriale dei Metallurgici) sta facendo pressione sul governo tedesco al fine di ottenere un aumento dell’8,3% dei salari dei lavoratori delle acciaierie. Al contempo, in Francia, nel solo 2021, sono stati registrati ben 3 aumenti del salario minimo, con una crescita complessiva di quest’ultimo che si è assestata al +5,9%.
In Italia, invece, i prezzi dei prodotti sono sensibilmente aumentati senza che sia stato messo in atto dal Governo alcun piano di adeguamento salariale. Ciò ha determinato (e continuerà a determinare, salvo interventi al momento non in agenda da parte del Governo stesso) una forte contrazione del potere d’acquisto, una riduzione della ricchezza e un adeguamento verso il basso dello stile di vita.