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di Mario Alberto Marchi

Finirà male questo 2020, per la produzione industriale.

Il terzo trimestre dell’anno ci aveva fatto tirare un sospiro di sollievo, con un rimbalzo verso l’alto del 26,4%. C’era da smaltire ancora un anno difficile, ma l’iniezione non era solo di fiducia, ma anche di prodotto interno lordo e di salvataggio di posti di lavoro.

Poi ci si è rimesso il covid e sono bastati i nuovi provvedimenti restrittivi non solo in Italia, ma anche nei Paesi destinatari del nostro export, ed è arrivato il crollo di fine anno, con una rapidità che dimostra quanto ormai i mercati siano fragilissimi e le connessioni, nei momenti di crisi, si trasformino da occasioni di espansione a zavorre pesantissime.

 A ottobre, la produzione industriale era riuscita con un certo affanno a mantener il segno positivo, con un +1.2%, ma solo il mese dopo il dato è stato quasi doppiato in negativo, con un -2.3%.

Senza troppi giri di parole, la stessa Confindustria, avvisa che “c’è da attendersi un contributo negativo alla variazione del pil”.

Stiamo parlando della settima realtà manifatturiera nel mondo e l’ottava per export, e dunque non ci si può permettere di leggere i dati critici senza contestualmente avere una minima visione immediata per la ripresa.

Cosa fare? Su cosa puntare?

Negli ultimi anni, i risultati migliori sono arrivati investendo sull’upgrading qualitativo, spostandosi su fasce di mercato a maggiore contenuto di valore aggiunto. Questo ha consentito un forte riposizionamento sul mercato globale ed un guadagno in termini prestigio che sul lungo periodo crea fiducia e attenua i contraccolpi critici.

Certo, il valore aggiunto va sostenuto anche con un racconto, una comunicazione che lo porti ad esempio e ne amplifichi gli affetti psicologici; ma così non è.

Quando la nostra industria produce eccellenze, noi stessi siamo gli ultimi ad averne consapevolezza, con il risultato di uno sconfortante mutismo da parte della Stato e una totale mancanza di promozione.

Un esempio? Proprio mentre i Centri Studi tracciavano il profilo di una produzione industriale nuovamente in affanno, Ansaldo ultimava la super turbina a gas GT36 realizzata per Edison e soprannominata Monte Bianco: la più potente e performante mai realizzata in Italia, in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di 500.000 appartamenti, frutto di 3,7 milioni di ore di lavoro.

Verrà utilizzata per fornire energia al porto di Marghera, ma rappresenta un balzo in avanti incredibile nelle potenzialità di utilizzo civile.

Chi ne ha parlato? Distrattamente un canale tv e un paio di quotidiani.

Media troppo presi dai numeri della pandemia? Forse, ma Ansaldo è controllata da Cassa Depositi e Prestiti, quindi è di fatto un’industria dello Stato; e dallo Stato non è ammissibile una mancanza di sostengo e promozione tanto grave.

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