di Martina Grandori

 

Classica situazione al supermercato: si è indecisi su cosa mettere nel carrello, è un’infilata di scaffali, tutti ordinati, tutti con esposte bene meravigliose confezioni di cibo. L’indecisione è regina, si vorrebbe di tutto, i packaging sono  curati, invoglianti e seducenti come vogliono le più banali regole marketing, in fondo l’importante è catturare l’attenzione del compratore. L’importante è vendere. Sempre di più si leggono  parole come vellutato, classico, spremuto a mano, croccante, a lievitazione lenta, raccolti a mano, artigianale: sono solo alcuni dei moltissimi claim riportati sugli incarti. Non importa se sono indicazioni un po’ fuorvianti, o si tratta di pubblicità ingannevole, spesso e purtroppo, il consumatore non se ne accorge. Facilmente queste parole riferite all’immagine del prodotto sulla confezione non sono vere al 100%, ma sono comunque accettate anche dagli enti che vigilano su questi aspetti. Se un alimento ha dei parametri molto alti per proprietà organolettiche, o altre proprietà, sarà probabilmente anche buonissimo, ma non è certo. Potrebbe infatti non rispettare alcuni parametri di qualità, ed ecco perché, i concetti di qualità sono nel saper rispettare gli standard definiti e non in quello che si legge nei claim. Fondamentale leggere negli ingredienti la percentuale (un esempio banale i succhi di frutta), e prestare attenzione a quelli che riportano la dicitura «ricchi di» o «poveri di». 

In questo senso in Italia siamo molto attenti e decisamente avanti rispetto ad altri stati europei grazie al Crea, il Consiglio per la ricerca e l’analisi dell’economia agraria vigilato dal ministero delle Politiche agricole: le etichette sono redatte secondo i criteri previsti dalla normativa vigente, ossia la normativa orizzontale del Reg CE 1169 che fissa procedure molto serrate per la sicurezza alimentare valide per tutta l’Europa. Le competenze scientifiche del Crea spaziano dal settore agricolo, zootecnico, ittico, forestale, agroindustriale, nutrizionale, fino all’ambito socioeconomico e lavorano in piena autonomia scientifica nel classificare e ricostruire tutta la filiera degli alimenti. Sostanzialmente tutto il lavoro del Crea lo si ritrova nell’etichetta, se la si impara a leggere, si ottengono tutte le informazioni del caso, compresi i valori nutrizionali, punto su cui, per i dilaganti problemi di sovrappeso, si presta molta attenzione. Non è scontato imparare a leggere le etichette, sono enigmatiche e contengono la storia della produzione di ciò che poi mangeremo. Dagli allergeni alla presenza di caffeina, dalla natura degli olii vegetali impiegati fino all’uso della parola sale. Obbligatorio poi segnalare l’origine delle carni e del pesce, e dal 2017 anche l’origine del grano usato per pasta, riso e derivati del pomodoro. Per questo è importante imparare ad interpretarle.