di Gabriele Rizza

È caduto nelle trappole dei giochi parlamentari proprio quando si considerava ormai invincibile perché indispensabile: Giuseppe Conte, ex Premier di due governi dai colori opposti, “ritorna in campo” durante l’assemblea dei parlamentari eletti del Movimento Cinque Stelle. Non che avesse mai annunciato di voler abbandonare la politica, forse il Movimento che gli ha portato fama e successo, ma non il potere anche in virtù del consenso che ancora conserva nell’opinione pubblica.

Ha accolto l’invito di tanti deputati di rifondare il movimento, ormai senza guida e in secondo piano dall’avvento del governo Draghi I. Il suo lungo discorso, vago e senza punti di riferimento concreti, ha portato però due novità, importanti in contrasto con la vocazione digitale e della totale parità tra gli iscritti, l’uno vale uno: “La regola dell’uno vale uno è fondamento della democrazia, è il traguardo del suffragio universale. Ma quando si tratta di indicare il rappresentante del popolo, in una posizione di rilievo pubblico, istituzionali di responsabilità, occorrono persone oneste ma anche con competenze specifiche e, aggiungo, capaci”, per poi concludere con una frecciata a Davide Casaleggio e alla filosofia della piattaforma Rousseau: La democrazia digitale è frutto di una tecnologia, ma la tecnologia non è neutra. Dobbiamo dirlo chiaramente. Chi gestisce i processi, le modalità con cui vengono trattati i dati sono operazioni sensibili e delicate che chiedono massima trasparenza, massima chiarezza”. Non una novità, perché Conte non ha mai nascosto, con le sue azioni e le sue parole, di rendere il movimento un partito politicamente di centro, con valori sì populisti, ma in veste liberale di centrosinistra, e soprattutto europeista, quale è stato durante la sua ultima esperienza governativa con il PD, e molto vicino al PD. E quale poi è sempre stato prima della sua carriera politica: un Professore universitario che votava per le compagini di centrosinistra.

Il futuro della rifondazione di Conte è ancora da sciogliere, dalla sua ha tempo perché Draghi immobilizza per ora le dinamiche dei partiti. La sola cosa certa, è che il M5S è costretto a guardarsi in faccia con il PD, perché esaurita la sua carica “antipolitica”, per incapacità e perché passata di moda la “rivoluzione” a favore delle competenze tecniche e della pacatezza nel segno di Mario Draghi, solo nel PD potrà trovare il modo di riaffacciarsi saldamente al governo. Del resto, anche il PD ha preso la direzione della “rassicurazione anonima” con Enrico Letta. Stare al centro poi, in Italia è la miglior rassicurazione per stare aggrappato al potere, questo lo hanno capito e basteranno “l’onestà” e la plastic tax  per far felici gli scalmanati. Anch’essi felici di esserlo da una poltrona.